Sanità, crisi strutturale: l’intervento del 20 marzo 2026
Di Franco MeloniMentre piovono ricorsi contro le nomine dei direttori generali decise dalla Giunta regionale – ricorsi che mettono in discussione diverse poltrone della sanità – il Servizio sanitario regionale continua a muoversi dentro una crisi che appare ormai strutturale.
Va chiarito subito un punto: la sanità sarda non è ferma. Ogni anno registra circa 250 mila ricoveri e milioni di prestazioni ambulatoriali. Il sistema, nel suo complesso, continua dunque a funzionare. Ma non funziona bene proprio dove dovrebbe essere più efficace: nei servizi che riguardano i cittadini più fragili, quelli che non hanno conoscenze o scorciatoie per ottenere in tempi ragionevoli una Tac o una visita specialistica.
Da anni si cerca di capire perché. La spiegazione più diffusa è sempre la stessa: mancano i soldi. Una lettura che, come osserva il rapporto OASI 2026, è rassicurante ma non davvero esplicativa. L’idea che la sanità funzioni male perché è sottofinanziata e che basti aumentare le risorse per rimetterla in carreggiata è intuitiva, ma semplicistica.
Negli ultimi decenni il Servizio sanitario nazionale ha certamente subito tagli e contenimenti di spesa legati alla necessità di controllare i conti pubblici, tuttavia pensare che il problema si esaurisca qui significa ignorare altri nodi decisivi. La pandemia lo ha dimostrato con chiarezza: sono arrivati molti fondi e il sistema ha retto all’emergenza, ma le criticità strutturali non sono scomparse.
Perché in realtà il vero problema non riguarda solo le risorse finanziarie: riguarda il personale, le tecnologie, l’organizzazione.
Ci sono molte strade che si possono scegliere per provare a migliorare la situazione e oggi il problema prevalente è proprio quello di sceglierne una, dichiararla e costruirla. E seguirla coerentemente.
Penso che si debba essere credibili e convincenti, la gente non è stupida e sa se menti oppure sei credibile. E se dici la verità e ci lavori è disposta a tollerare ed anzi ad aiutare. Oggi però manca la visione. La credibilità. Non c’è un progetto serio dichiarato e convincente, su questo la Giunta ha indubbiamente fallito. Perché nessuno ha capito cosa vuole fare. Anzi, tutti hanno capito che non ha idea di cosa deve essere fatto.
La Sardegna è una delle regioni che invecchia più velocemente, lo scorso anno sono nati poco più di settemila bambini; negli anni Ottanta e Novanta erano oltre ventimila. È una trasformazione che pesa su tutto: economia, welfare, servizi pubblici e naturalmente, e inevitabilmente, sanità.
Già oggi non è semplice garantire servizi sanitari diffusi in un territorio con quasi un milione e seicentomila abitanti. In futuro lo sarà ancora meno, con una popolazione più anziana e numericamente più ridotta.
A rendere tutto più complesso è anche la struttura del territorio: 377 Comuni, alcuni dei quali molto piccoli. La scelta politica – comprensibile – è quella di mantenerli vivi, ma questo comporta costi elevati per garantire i servizi essenziali, sanità compresa.
La spesa sanitaria pubblica ha raggiunto circa 135 miliardi di euro, mentre la spesa privata ha superato i 42 miliardi. Il nodo non riguarda le prestazioni dei convenzionati, che fanno parte del servizio pubblico, ma la spesa “out of pocket”: i soldi che i cittadini pagano di tasca propria perché il servizio pubblico non riesce a garantire prestazioni in tempi accettabili.
È qui che la promessa del “tutto a tutti” incontra la dura realtà. Molti problemi della sanità nascono in realtà fuori dalla sanità: dal crollo delle nascite, dall’invecchiamento della popolazione, dai cambiamenti sociali. Sono fattori sui quali chi governa la sanità ha margini limitati, ma che non giustificano l’immobilismo della politica.
La presidente Todde, dopo l’addio di Bartolazzi, ha assunto l’interim della sanità annunciando di voler “dare una scossa”. Finora però questa scossa non si è vista, se non nei mal di pancia della maggioranza sulle nomine dei direttori generali delle ASL di Cagliari e Olbia, incarichi che – ironia della sorte - potrebbero essere rimessi in discussione dalla decisione dei giudici sui ricorsi presentati dagli ex direttori.
Nel frattempo i problemi restano. E continuano a crescere.
Franco Meloni
