Mi si accusa, dopo il mio Caffè scorretto di domenica scorsa, di essere un «partigiano dell’Occidente sfacciatamente islamofobo, che è un reato». Mi si dà del provocatore perché sostengo che noi occidentali siamo «migliori di loro, invece loro sono migliori di noi». Opinioni. Che in certi casi scaturiscono da ideologie tossiche: sabbie mobili in cui più ci si agita più ci si affonda. Non ho sostenuto che noi siamo migliori di loro. Sostengo che siamo diversi, figli di civiltà diverse. La diversità non sottintende che una delle due sia superiore all’altra. Però, se non siamo ipocriti, dobbiamo confessare che noi riteniamo migliore la nostra. Come gli islamici ritengono migliore la loro. Un sincretismo è impossibile, un’integrazione irrealizzabile. Integrarsi vuol dire rinunciare, sia noi sia loro, a gran parte di principi, regole e comportamenti atavici. Significa cambiare la natura dei rapporti umani e il valore da dare alla vita e alla morte. Non ci si metterà mai d’accordo. È giunto il momento di abbandonare le illusioni. Abbiamo di fronte un vero esercito, cui è stato demandato il lavoro sporco del terrore. Gli altri islamici, sparsi nel mondo, per lo più tacciono e attendono. I nostri distinguo, la nostra insipienza, la nostra remissività nutrono le loro speranze. Se prevarranno non ci sarà più una distinzione tra noi e loro. Ci saranno soltanto loro.

Tacitus

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