“Lezioni sull’odio” è il titolo del libro postumo di Michela Murgia. É andato in libreria mentre scoppiava la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. La tempestività è casuale, ma pare frutto di un’intelligente operazione di marketing. Le guerre sono alimentate, qualunque causa esse abbiano, dall’odio reciproco tra due o più popoli o Stati. È perciò interessante leggere ciò che su questo irragionevole impulso scrive Murgia. Per lei l’odio è, oggi più di ieri, un tabù.

«Chi sa di provare l’odio –sostiene- vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge». E confessa: «Trascorro due terzi del mio tempo a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo, l’odio». Eppure, avverte, «tutti lo proviamo: io da due a sei volte alla settimana, e così spero di voi». No, grazie. Noi preferiamo l’ossimoro celeberrimo di Catullo che, con magistrale sintesi poetica, scriveva alla sua Lesbia «Odi et amo».

Un odio struggente quanto l’amore, che l’amore tempera trasformandolo in tormento. «Impariamo dai sardi a dare corpo e sfogo all’odio» consiglia la scrittrice di Cabras. Poiché, conclude, «l’odio se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù». Sarà. Ma, per noi, l’odio è un sentimento odioso.

Tacitus

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