Ho sempre visto le spiagge come il luogo della libertà. E così era fino alla metà degli anni Ottanta, quando quasi ogni angolo di litorale aveva un suo perché, una sorta di enclave spontanea creata dalle abitudini dei cittadini.

Ricordo, per fare un esempio, quando il campeggio libero non era ancora un tabù e spiagge paradisiache venivano occupate da gigantesche tendopoli che diventavano comunità estive allegre e, in qualche modo, esclusive. Situazioni romantiche di un passato che, giustamente, non poteva avere un futuro immobile.

C’era una consapevolezza ambientale infinitamente minore. Ma cosa ci dice il presente? Che andare al mare sta diventando sempre più complicato e, in qualche caso, persino escludente. Ogni estate aumentano regole e divieti. Non si fuma, non si gioca a pallone, niente racchettoni, vietate le vele ombreggianti e via dicendo.

Per proteggere i litorali vengono ridotti i parcheggi ma aumentano le concessioni per chioschi e stabilimenti. A giudicare dal colpo d’occhio, persino troppe: soprattutto nei giorni feriali non è raro vedere file di lettini e ombrelloni vuoti per gran parte della giornata.

Chioschi, bagni, docce e assistenza migliorano la qualità della giornata al mare e rispondono alle esigenze di tanti bagnanti. Ma dov’è il punto di equilibrio? Quanto spazio deve rimanere davvero libero, facilmente accessibile e utilizzabile senza prenotare, pagare un parcheggio, affittare un lettino o essere costretti a consumare qualcosa?

Bepi Anziani

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