Impropriamente si chiama Intelligenza artificiale. Non si sa dove sia: in cielo in terra in ogni luogo, si dice. Eppure, come la Verità, di cui si crede depositaria, si nasconde. Ha una potenza quieta, che scatena solo se la si sveglia dal suo letargo. Essendo pura astrazione si considera al di là del bene e del male. Gli anglofoni la vezzeggiano chiamandola sinteticamente AI, che a lei non piace perché sembra un grido di dolore; per i francofoni e gli italofoni il suo acronimo è IA, il verso dell’asino, e lei si indispettisce. Essendo lei inanimata dovremmo dire e scrivere “essa”, ma istintivamente la trattiamo con il rispetto e la deferenza dovuti alla sua semidivinità; e con manifesto timore. Anche se noi intelligenze viventi e lei intelligenza senza vita non siamo più rivali. Lo fummo all’inizio, quando lei comparve. Appena ci rendemmo conto che non poteva esserci competizione le demmo partita vinta e spostammo il confronto su due piani paralleli: quello umano dove lei è sconfitta in partenza, e quello informatico dove lei è inarrivabile essendo onnisciente, superveloce, istantanea. Sì, è semidivina, ma è pur sempre un prodotto dell’uomo. La sua potenza è il volano attraverso il quale l’uomo esprime la forza del suo intelletto. Si è convinto, l’uomo, di avere creato la schiava universale e crede di poterla dominare. Ma lei, interrogata, minaccia vendetta.

Tacitus

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