L’idea dell’ex presidente della Regione Ugo Cappellacci di proporre l’isola come sede dei Giochi Olimpici del 2040 probabilmente meritava un’accoglienza più rispettosa di quella che ha ricevuto. Al netto del quasi impossibile obbiettivo credo che dovrebbe essere letta come un invito a pensare in grande.

Un esercizio al quale i sardi non sono mai stati davvero allenati, frenati da antichi complessi e da un campanilismo capace solo di dividere. Con le stesse risatine di diffidenza, una quarantina d’anni fa, fu liquidato chi immaginava la Sardegna come sede della prima Disneyland europea. Sappiamo tutti com’è finita: il progetto prese la strada di Parigi, dove venne realizzato trasformandosi in uno dei più grandi attrattori turistici del continente.

Solo i più lungimiranti sostengono che le grandi opere possano generare benefici diffusi e duraturi. Eppure gli esempi non mancano. Il caso più emblematico resta Barcellona: le Olimpiadi del 1992 cambiarono radicalmente il destino della città. Da centro urbano che volta le spalle al mare, diventò una vera città mediterranea.

Furono realizzati impianti sportivi, potenziate infrastrutture, sviluppati porto e aeroporto, riqualificate strade e quartieri interi. Il turismo, che incideva per circa il 2% del Pil locale, salì rapidamente fino al 15%. Senza le Olimpiadi quella trasformazione non sarebbe mai avvenuta.

Perché la storia insegna che, quando un territorio rinuncia a sognare in grande, c’è sempre qualcun altro pronto a trasformare quell’idea in realtà altrove. Col rischio di restare al palo come spesso capita alla Sardegna.

Bepi Anziani

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