La Sardegna ha inaugurato il suo ultimo ospedale pubblico nel 2007: il Giovanni Paolo II di Olbia. Da allora la medicina, le tecnologie e i modelli assistenziali sono cambiati radicalmente; gran parte dei nostri edifici è rimasta invece la stessa.

Prima o poi, dunque, qualcuno doveva porsi il problema. Lo fece Solinas, proponendo quattro nuovi ospedali a Cagliari, Sassari, Alghero e nel Sulcis. Il suo provvedimento aveva difetti evidenti. Fu approvato il 23 febbraio 2024, due giorni prima delle elezioni regionali: il momento meno credibile per impegnare la Sardegna in un programma destinato ad attraversare diverse legislature.

Le risorse erano insufficienti, non erano definiti il destino dei vecchi presidi, i fabbisogni di personale, i costi di gestione, la distribuzione dei posti letto e il cronoprogramma. Inoltre, il progetto non appariva pienamente coerente con la rete ospedaliera del 2017. Tutto vero. Ma quella deliberazione aveva un merito politico indiscutibile: rompeva un silenzio durato vent’anni e riconosceva che una regione non può curare i propri cittadini per sempre in strutture nate per una medicina che non esiste più.

Gli ospedali moderni non sono soltanto muri. Consentono di integrare servizi oggi dispersi e permettono di utilizzare meglio personale e tecnologie. Creano entusiasmo nei professionisti, che sentono di lavorare in un sistema capace di avere un futuro, e nei cittadini, che ricevono la prova che la sanità pubblica è viva e che qualcuno sta pensando anche ai prossimi vent’anni.

Il piano Solinas certamente doveva, e poteva, essere corretto, ma la Giunta Todde scelse invece la soluzione politicamente più facile e strategicamente più miope: cancellare tutto. Lo fece nell’aprile 2024 con parole sprezzanti, liquidando il progetto come il rischio di costruire «scatole vuote». Mancava la copertura integrale, non era stata verificata la vocazione dei presidi, occorreva pensare anche al personale e agli ospedali esistenti.

Obiezioni fondate, ma tutt’altro che insuperabili. Sarebbe bastato sottoporre gli studi a una verifica accurata, aggiornare la rete ospedaliera, stabilire priorità e fasi e predisporre un piano finanziario decennale. Era questo il compito di una nuova Giunta: correggere gli errori ricevuti in eredità e costruire una proposta migliore. Todde ha preferito il cancellino alla programmazione.

Da allora sono trascorsi quasi tre anni nei quali non è stato presentato un solo progetto alternativo, non si è vista nessuna indicazione sui nuovi ospedali. Gli studi già realizzati sono finiti in un cassetto e il tema è scomparso dall’agenda politica. Cancellare è facile; progettare lo è molto meno.

Poi, durante il dibattito consiliare sull’assestamento, la presidente ha annunciato che la Regione deve programmare con il Governo i fondi dell’articolo 20 della legge 67 del 1988, ipotizzandone l’uso per i nuovi ospedali. Incredibile dictu. Dopo avere annullato il programma Solinas e dopo un lungo silenzio, Todde riscopre la necessità di rinnovare la rete ospedaliera, ma lo fa con una frase in Aula, senza un piano, senza progetti illustrati e senza chiarire quali strutture intenda costruire.

Bene, la Sardegna non ha bisogno di un altro annuncio. Ha bisogno di sapere se i nuovi ospedali servono o no. Se la Giunta vuole realizzarli o no. Dove, con quanti posti letto e con quali funzioni. Se i soldi ci sono o no. Se esiste un progetto oppure se siamo davanti all’ennesima dichiarazione estemporanea.

Todde non può continuare a governare questa materia attraverso negazioni, silenzi e improvvise conversioni. Se nel 2024 il piano era sbagliato, avrebbe dovuto presentarne uno migliore. Se oggi i nuovi ospedali sono necessari, deve spiegare perché ha lasciato trascorrere inutilmente due anni e mezzo.

Il rischio è evidente: dopo avere accusato Solinas di una deliberazione in articulo mortis, la Giunta Todde potrebbe arrivare a fine legislatura con il proprio annuncio dell’ultima ora. Sarebbe una beffa perfetta: prima cancellare il progetto degli altri, poi perdere anni preziosi e infine riproporlo come un’idea nuova.

Ma gli ospedali non appartengono a Solinas né a Todde. Appartengono ai sardi.

Franco Meloni

© Riproduzione riservata