“L’autonomia speciale della Sardegna non è un privilegio statico, ma un processo dinamico che appartiene a tutto il popolo sardo. Il percorso di riforma dello Statuto deve essere partecipato, inclusivo e trasparente coinvolgendo direttamente le comunità locali attraverso il Consiglio delle Autonomie Locali come organo di raccordo e garanzia“.

È il primo – dal titolo “L’Autonomia come patrimonio comune” – di sei articoli che, con il preambolo e la conclusione, compone il percorso degli impegni e gli affidamenti che, sotto il nome di Carta di Oliena, sottoscritta lo scorso 12 giugno, offrono a se stessi i principali rappresentanti delle nostre istituzioni: i Presidenti del governo e del parlamento sardo, con assessori e capigruppo consiliari, i Presidenti delle associazioni delle province e città metropolitane e di tutti i Sindaci sardi. Si sono riuniti ad Oliena nel nome di Mario Melis (1921-2003), giovane sindaco del paese barbaricino a partire dalla metà degli anni ‘50, simpatico e dinamico, oltre che stimato avvocato.

Sardista, in una famiglia di quattro maschi e quattro femmine tutti sardisti (anche le due suore), con una sua iniziale passione per un comunismo sardo. Ne parlava lui stesso con un certo compiacimento, recuperando simpaticamente la messa in riga del fratello maggiore, quel Titino Melis che sarà pars magna del partito sardo nel primo trentennio dell’autonomia. Mario Melis, preoccupato sempre del collegamento tra i Comuni, la Regione e il centro, è stato il primo presidente sardista: un sardo dalla forte personalità, amato dal popolo (cosa non scontata) e stimato dai suoi pari, a cui verrà però rimproverato, soprattutto in casa propria, di non avere osato sulle tematiche autonomistiche – riforma dello statuto, lingua e scuola sarda in primis, perché boicottato dai comunisti (sempre secondo i sardisti) – seppure è nella contemporaneità della sua presidenza che gli organismi del partito sardo, nel 1988, elaborano la prima riscrittura dello Statuto. Se avessimo seguito il suo percorso, il primo fondamentale articolo reciterebbe: “Il popolo sardo, il territorio della Sardegna e delle sue isole, il mare territoriale, la lingua e la cultura dei sardi costituiscono la nazione sarda.

Essa è riconosciuta Regione autonoma, sulla base dei principi della Costituzione e del presente Statuto speciale. La Regione autonoma garantisce in Sardegna il libero ed effettivo esercizio dei diritti nazionali, collettivi e individuali universalmente riconosciuti. Assicura la sostanziale eguaglianza tra i sardi nonché tra essi e gli altri cittadini della Repubblica. Tutelando l’indipendenza, l’ambiente, il lavoro, la cultura della Sardegna, predispone per il suo popolo condizioni di vita libera e felice e ne custodisce i diritti nazionali e sociali contro ogni discriminazione”. Si pensi al riconoscimento del “mare territoriale” e al “tutelando l’ambiente”: quanto servirebbe per il Sulcis, in questi giorni e ore in cui quelle comunità invocano una difficile difesa giuridica dalle istituzioni romane.

È un caso che l’assalto delle pale eoliche a mare abbia scelto quale prima zona di invasione proprio quel territorio? E come si intende affrontarlo, nelle sedi europee, attraverso una ribellione di massa, con dimissioni dei nostri rappresentanti dalle istituzioni italiane, o come? Col sasso di Davide contro il mastodonte Golia? Ora che ci servirebbe, quell’articolo lo leggiamo nel libro delle occasioni perdute. Le nostre ricchezze, i nostri diritti, la nostra dignità: passeranno in mano altrui attraverso l’indifferenza e il perbenismo di troppi tra noi? A Oliena, dunque, si è firmato: si accelera verso la Carta. Un nome che rappresenta la nostra Costituzione, perché quello è il nome, b di antica derivazione orale delle terre di Sardegna, ripresa nel Trecento da Mariano IV d’Arborea e promulgata dalla figlia Eleonora nel 1392.

Dopo la Nuova Carta sardista, anche Francesco Cossiga, promosse e coordinò una Noa Carta de Logu, il 24 aprile 2002. È appena uscita la raccolta di una ventina di documenti elaborati negli ultimi quarant’anni. Allora, si parte, nel mentre il presente Consiglio regionale porta a compimento le nuove regole di funzionamento della Regione sarda, quindi anche del percorso democratico-popolare. Nel momento in cui lo Stato non riesce a difendere i Sardi e continua ad avallare tradizionali e nuove servitù, la decisione per nuovi poteri assume un’urgenza particolare. Sì, andiamo a completare la Carta della Sardegna.

Salvatore Cubeddu

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