Noi sardi allo specchio: l’intervento del 27 marzo 2026
Di Nicola LeccaCi volevano le immagini asciutte e senza posa di Mario Pes - in mostra al Search di Cagliari fino al 4 aprile - per mettere i sardi davanti allo specchio e costringerli a fare i conti con la loro identità perduta. In quei suoi scatti crudi e in bianco e nero - testimoni di una Sardegna arcaica, intrisa di carattere e di appartenenza - migliaia di visitatori si sono finalmente resi conto di quanto le nostre radici si stiano dissolvendo nella pantomima di una Sardegna sempre più costruita per essere mostrata e consumata.
Siamo tutti colpevoli. Ogni foto acchiappa-like pubblicata sui social per compiacere l’algoritmo, ogni instagrammabile semplificazione delle nostre tradizioni concorre al progressivo sgretolamento di un’essenza. Le identità si proclamano quando sono in crisi, amava dire lo scrittore sassarese Salvatore Mannuzzu. Anche per questo, le immagini di Mario Pes potrebbero essere considerate la cartina al tornasole di un’identità sempre più compromessa.
Il pastorello che, pur di strappare una risata ai suoi seguaci, diffonde online video di caprette parlanti, il paesano-influencer che esaspera in maniera caricaturale la cadenza della lingua sarda, i ragazzini che trasformano il canto a tenore in uno sketch comico, sono complici della banalizzazione della nostra isola, trasformata troppo spesso in smorfia ridicola o in pacchiana esasperazione. Grazie a Dio - mentre i paesi dell’interno si spopolano e le città costiere si trasformano in ibridi che strizzano l’occhio a Barcellona e ad altre destinazioni turistiche del Mediterraneo - la casa editrice Ilisso si è arrovellata per 17 anni pur di mettere insieme l’archivio estetico di ciò che noi sardi abbiamo perduto. Lo ha fatto recuperando ostinatamente le immagini di un fotografo cagliaritano, che, un secolo fa, ha immortalato la nostra isola e i suoi abitanti in testimonianze di un’identità integra e preziosa.
Ecco gli instancabili lavoratori nel lunare paesaggio delle saline, ecco le frotte di piccioccus de crobi fuori dal mercato civico di Cagliari con le loro ceste da facchini, ecco gli abili ciabattini davanti al castello Malaspina di Bosa. E, ancora, i lavoratori della peschiera di Porto Pino, i legnaiuoli di Fonni – con tanto di ascia fissata alla cintola -, le panificatrici di Nuxis e le adolescenti di Ollollai capaci di lavorare sapientemente la ferula: per renderla abbastanza duttile da poterci intrecciare ceste e canestri. Sempre insieme: come se l’appartenenza a una comunità fosse l’elemento essenziale per creare vincoli, indirizzare le condotte e orientare gli interessi all’interno dei paesi. Niente di fotogenico, nulla di ammiccante. Tutto fortemente autentico e tremendamente dignitoso.
È vero. Le fotografie di Mario Pes non sono state scattate con l’intento di salvare la nostra identità: eppure ci invitano a riscoprirla proprio mentre si trova al confine con l’oblio. Silenzio. Nonostante le sale siano affollate, nessuno parla. Tutti sono assorti nella contemplazione di ciò che è stato. Di ciò che è andato perduto. Soltanto la voce di un ragazzino risuona nella sala: “Mamma, perché in questa foto la gente fa il bagno con i vestiti e tutti sono magri?”. “Perché erano altri tempi. Il pudore era percepito in maniera diversa e l’obesità era un lusso che in pochi potevano permettersi”.
Oggi, mentre sui social perfino i nutrizionisti si mostrano in mutande - pur di contendersi l’attenzione di follower sempre più bulimici e distratti - le immagini di Mario Pes riportano alla ribalta un’epoca in cui il corpo non chiedeva di essere visto e la dignità non aveva bisogno di spiegazioni. Non era un mondo migliore. Era semplicemente un mondo che preferiva l’essere all’andare in scena. E, forse, dovremmo ripartire proprio da qui: da ciò che abbiamo smesso di riconoscere. Da ciò che, per secoli, è stato parte di noi: ma che, ora, non esiste quasi più.
Nicola Lecca
