Maschere e identità: l’Intervento del 31 luglio 2026
Di Salvatore CubedduNon sorprenda che il pretesto per parlare del tema che più ci appassiona, il senso della storia dei sardi e le responsabilità che questo comporta per ciascuno di noi, siano le maschere di Carnevale. Recente scoperta, pare, di molti nostri giovani.
Chi ha ritenuto opportuno e utile che esse partecipassero qualche settimana fa alla manifestazione contro la speculazione edilizia a Cala Finanza le portava con sé come se fossero immagini viventi della sacralità degli Antenati. Allo stesso modo, chi si è sentito offeso per un uso blasfemo di elementi “ancestrali” rivendicava la presenza in quelle maschere di qualcosa di profondamente sacro.
Capaci di contenere quella forza magica che hanno la lingua e la storia, come succede ai popoli liberi, e liberantesi, nel mondo? Certo, come per gli altri: storia e lingua restano elemento centrale dell’identità di un popolo che diventa “nazione”: “una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”, canta il coro dell’Adelchi di Alessandro Manzoni, l’autore del vangelo nazionale insegnatoci a scuola. Il posto della lingua e della storia, che auspichiamo come centro dell’identità della donna sarda e dell’uomo sardo di oggi, verrà assunto dalle maschere di carnevale? Come afferma, preoccupato, un mio amico: da un elemento presuntamente folclorico, in grande parte inventato negli ultimi decenni?
Con quale identità in costruzione, quella giusta, approvata da chi si deve, i giovani sardi di oggi affrontano un mondo sconvolto dai tempi nuovi?
Qualche anno fa ha trovato consensi la politica del master and back realizzata dalla Giunta Soru. Ai giovani laureati veniva offerta la possibilità di frequentare un corso di perfezionamento fuori dalla Sardegna perché tornassero nell’isola più preparati e pronti a rinnovare il mondo produttivo e la società sarda in generale.
Quali sono stati i risultati di quest’esperienza? Quanti sono tornati, quanti si sono inseriti positivamente rinnovando il mondo produttivo isolano? Dagli studi noti si ricava che il nodo drammatico è costituito sempre dall’inserimento lavorativo dei giovani qualificati nel sistema produttivo sardo.
Non parliamo poi delle possibilità di offerta di assunzione nella pubblica amministrazione. I comportamenti di chi ha in mano, governa e distribuisce queste possibilità non sono sempre chiari e trasparenti e facilmente si diffonde la sfiducia e la tentazione di lasciar perdere piuttosto che umiliarsi a pietirlo. C’è poi una serie di elementi che alla fine origina la situazione drammatica che è sotto gli occhi di tutti: i giovani sardi non si sposano e non fanno figli. Io non credo che non lo desiderino, penso che tutto dipenda dal fatto che intorno a loro tutto e tutti sono lì a scoraggiarli.
Il ripetersi delle delusioni e l’inaccessibilità dei luoghi e delle strutture in cui si forma la volontà politica ha emarginato generazioni di giovani sardi e li ha costretti in uno spazio privato. Se i numeri sono attendibili (si parla di decine di migliaia di manifestanti ogni anno), nessuna manifestazione pubblica politica e sindacale e nessuna iniziativa popolare a difesa dell’ambiente della Sardegna ha la capacità di mobilitare tante persone quanto il Gay Pride che ogni anno ormai si tiene a Cagliari all’inizio dell’estate.
Anche qui ci si maschera, ci si spoglia, ci si trucca, ci si riveste di colori brillanti e ci si esibisce per le strade della città. Questo significa forse che l’omosessualità sia diventato un fenomeno di massa? Sembrerebbe di no, sui carri stanno in prima fila i dirigenti della sinistra sarda che trovano finalmente una situazione in cui possono rilassarsi e non essere assillati dalle richieste di chi li accusa di non fare il necessario per fermare l’assalto alla loro terra da parte di interessi speculativi o per porre rimedio alla crisi drammatica dell’assistenza medica pubblica in Sardegna.
La società sarda ha bisogno di molto di più, di altro: di ritrovare se stessa.
Salvatore Cubeddu
