Ma l’ambiente non ha prezzo: l’intervento dell’11 settembre 2026
Di Pierpaolo MurgiaC'è un piccolo Comune toscano di poco più di quattromila abitanti che dovrebbe diventare meta obbligatoria per molti amministratori sardi. Si chiama Peccioli e possiede qualcosa che normalmente nessuno vorrebbe: una discarica. Solo che a Peccioli hanno avuto due idee piuttosto semplici, governarla e farsela pagare, ed è proprio questo il punto: non tutte le discariche sono uguali e non tutti gli usi del territorio comportano gli stessi rischi.
Una precisazione è indispensabile: quella di Legoli, frazione di Peccioli, è autorizzata per rifiuti non pericolosi e non è quindi paragonabile a impianti destinati a scarti industriali di altra natura. A Peccioli l'impianto è sottoposto a controlli ambientali e il territorio viene remunerato, e con quei soldi il Comune ha costruito scuole, infrastrutture, servizi e persino un'accademia musicale. In venticinque anni, secondo i dati disponibili, ha incassato circa 235 milioni di euro. Non male per qualcosa che tutti preferiremmo nel Comune vicino.
La lezione non è che pagando si possa inquinare, sarebbe una conclusione comoda quanto sbagliata. L'ambiente non ha prezzo, il territorio, quando può essere utilizzato senza comprometterlo, invece sì. Nessuna royalty può comprare una falda contaminata, nessun canone può compensare un terreno inutilizzabile per generazioni.
Prima vengono le garanzie ambientali, i controlli e la ragionevole certezza che l'attività non produca danni irreversibili, solo dopo viene il prezzo che chi utilizza quel territorio deve riconoscere alla comunità.
È con questo criterio che dovremmo guardare alla Sardegna, dove si torna a discutere di ampliamenti di discariche legate ad attività industriali che negli anni sono state oggetto di contestazioni e interventi ambientali. Genna Luas, a Iglesias, è inevitabilmente uno dei casi che vengono alla mente: cadmio nel suolo, timori per le falde, fuoriuscite di acque contaminate e provvedimenti delle autorità sono vicende raccontate dalle cronache. Non spetta a un editoriale distribuire responsabilità né trasformare contestazioni in condanne. Possiamo però porre due domande, e l’ordine in cui le poniamo non è casuale: quali garanzie abbiamo che l’uso di quel territorio non produca un danno permanente e, superata questa condizione, che cosa riceve la comunità in cambio? Prima l’ambiente, poi il conto, altrimenti rischiamo un modello industriale tutto sardo: loro producono la ricchezza, noi conserviamo il cadmio.
E attenzione, perché anche farsi pagare non basta se poi non sappiamo che cosa fare dei soldi. La Basilicata ha incassato dalle estrazioni petrolifere della Val d'Agri miliardi di euro di royalties. Una parte avrebbe potuto diventare patrimonio permanente e produrre reddito quando il petrolio non ci sarà più. Troppe risorse sono invece finite in spesa corrente, bonus e programmi destinati a esaurirsi. Il problema è che quando questi soldi entrano nei bilanci pubblici la politica tende a considerarli non un patrimonio da lasciare alle generazioni future, ma un bancomat da svuotare possibilmente prima delle prossime elezioni: quando finisce il petrolio finiscono anche i soldi, ma il buco resta.
Lo stesso principio vale per cave, industrie e migliaia di ettari destinati alle energie rinnovabili. Da anni discutiamo se una pala eolica sia colonialismo energetico o salvezza del pianeta, se un pannello deturpi il paesaggio o salvi l'umanità, e la discussione è appassionante ma andrebbe accompagnata da due domande meno filosofiche: quale danno produce e quanto ci guadagniamo? Se il danno è irreversibile la seconda domanda diventa inutile, ma se l'attività è ambientalmente sostenibile, royalties, partecipazioni agli utili, infrastrutture e investimenti permanenti non sono un favore dell'investitore, sono il prezzo per l'utilizzo di una risorsa collettiva.
Non si tratta quindi di scegliere tra la Sardegna museo, dove non si può toccare nulla, e la Sardegna discount, dove tutto è disponibile purché qualcuno paghi. Si tratta di governare il territorio: prima stabilire ciò che non è in vendita, poi dare un valore a ciò che può essere utilizzato. Peccioli, in fondo, insegna proprio questo: anche una discarica può essere una pessima vicina di casa e, se non devasta il quartiere, possiamo persino decidere di ospitarla, ma non gratis, e certamente non in cambio del diritto di inquinare.
Pierpaolo Murgia
