C’è qualcosa di perverso nel modo in cui oggi vengono scelti i primari. La Regione è proprietaria del Servizio sanitario regionale, finanzia ASL e ospedali, risponde dei disavanzi e paga le conseguenze di ogni errore. Eppure non può scegliere, attraverso i direttori generali da essa nominati, coloro ai quali affidare la guida dei reparti.

A decidere sono commissioni nelle quali siedono tre specialisti estratti a sorte e il direttore sanitario dell’azienda. Quest’ultimo conosce la struttura e le sue esigenze, ma è soltanto uno su quattro e conta quello che può contare. Gli altri arrivano spesso da altre regioni, esaminano i curricula, fanno un breve colloquio, formulano la valutazione e ripartono. Non conoscono l’azienda, le sue fragilità, i rapporti tra i reparti, il territorio e il progetto organizzativo. Soprattutto, non rispondono più di nulla.

Se hanno scelto un ottimo primario, tanto meglio. Se invece hanno imposto una persona incapace di dirigere il reparto, governare i conflitti o garantire la qualità dell’assistenza, il problema non è più loro. Sarà l’azienda a rimediare, il direttore generale a essere accusato, la Regione a pagare e i cittadini a subire le conseguenze.È il capolavoro della deresponsabilizzazione: chi decide non risponde degli effetti della propria decisione; chi non ha potuto decidere deve subirla e risponderne. Non è soltanto un difetto organizzativo, ma un’aberrazione logica. Potere e responsabilità dovrebbero procedere insieme. Qui sono stati deliberatamente separati.

Non sono così ingenuo da rimpiangere il passato senza riserve. Nel vecchio sistema la libertà di scelta del direttore generale poteva trasformarsi in arbitrio, con nomine gradite al politico di turno. Le pressioni esistono e sarebbe ridicolo negarlo.

Ma il rimedio è peggiore del male. Per evitare l’uso distorto della responsabilità si è eliminata la responsabilità stessa. Estrarre a sorte tre commissari non significa estrarre tre persone infallibili, ma affidare una scelta decisiva a persone estranee all’azienda e immuni dalle conseguenze dei propri errori.

Valutare i curricula è indispensabile, ma non basta. Dicono dove una persona ha lavorato e quali incarichi ha ricoperto, ma poco sul carisma e sulla capacità di guidare un’équipe. Non rivelano se quel professionista sia adatto a quella struttura, quel personale e quei problemi.

Un primario non è semplicemente lo specialista con il curriculum più lungo. Deve dirigere persone, organizzare attività, utilizzare risorse pubbliche, ridurre le liste d’attesa, collaborare con gli altri reparti e interpretare gli obiettivi dell’azienda. La sua nomina è una scelta clinica, organizzativa e strategica.

È incomprensibile che il direttore generale, giudicato sulla capacità dell’ospedale di funzionare, non possa scegliere i propri dirigenti.

Una soluzione equilibrata esiste. La commissione dovrebbe valutare i candidati e selezionare una terna di professionisti pienamente idonei. All’interno di quella terna il direttore generale dovrebbe compiere la scelta finale, motivandola in rapporto alle caratteristiche della struttura e agli obiettivi aziendali. La commissione garantirebbe la competenza specialistica e limiterebbe l’arbitrio; il direttore generale recupererebbe il potere necessario per rispondere dei risultati.

Nessuna organizzazione seria accetterebbe che degli estranei scegliessero i suoi dirigenti, lasciandole poi il conto dei loro fallimenti.

Soltanto nella sanità pubblica questa contraddizione viene celebrata come una conquista di trasparenza.

La vicenda nasce da una tendenza diffusa nel nostro Paese: l’idea che, moltiplicando regole, sorteggi e passaggi formali, si possa eliminare ogni rischio di favoritismo. Non è così. Gli imbrogli possono insinuarsi anche nelle procedure più rigide, mentre l’eccesso di regole rallenta le decisioni e diluisce le responsabilità. È la cultura del sospetto che, per paura di una firma, finisce per paralizzare l’amministrazione.

Controllare è necessario, ma paralizzare l’intero sistema per neutralizzare una minoranza di disonesti è un errore che pagano soprattutto i cittadini più fragili.

La Regione non può essere considerata responsabile soltanto quando bisogna coprire i disavanzi. Chi paga deve poter decidere e chi decide deve rispondere. Separare queste funzioni non garantisce imparzialità: produce irresponsabilità organizzata.

Franco Meloni

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