L’ultimo padre dell’autonomia: l’editoriale del 17 settembre 2026
Di Giuseppe MeloniL’ultimo libro letto, poche settimane fa, era un tomo ponderoso sull’intelligenza artificiale. A 97 anni, Pietrino Soddu non aveva ancora smesso di scrutare nel futuro. Tutti quelli che hanno conosciuto da vicino l’ex presidente della Regione hanno sempre riportato questa impressione: incurante dell’età, continuava a progettare riforme e a tenersi aggiornato su tutto. Non amava fare bilanci, preferiva lo studio. Ogni giorno la lettura (minuziosa, a un livello impressionante) dei due quotidiani sardi e di alcuni nazionali, poi l’immersione in una gamma vasta e varia di saggi di ogni tipo: Zagrebelsky, Elazar, Byung-chul Han, Reinhart Koselleck, Alessandro Aresu, Jon Elster, giusto per citare le passioni più recenti. Nomi che a volte disegnavano imbarazzati punti interrogativi sul volto degli interlocutori, e lui invece in quel contesto culturale ci sguazzava, si nutriva, trovava continui spunti per modernizzare il suo pensiero.
Poi però, dopo aver spaziato idealmente in tutto il mondo e tutte le discipline, la riflessione di Soddu tornava alla Sardegna. Nell’impostazione politica della sua generazione, del resto, era impensabile voler amministrare la realtà locale senza avere un’idea precisa di quella globale. Al di là delle opinioni di ciascuno sull’operato di Soddu, all’ultimo dei grandi padri dell’autonomia speciale va riconosciuto di aver sempre concepito il discorso autonomistico come la risposta a due domande precise: qual è il posto della Sardegna nel mondo, e quali sono le vie migliori per rafforzarne il ruolo.
Fino alla fine, lo sviluppo dell’Isola è stato il vero cruccio di Soddu. Ancora pochi mesi fa aveva detto: «Io vorrei parlare di come immaginiamo la Sardegna tra dieci anni. Tutti dovremmo parlare di questo. Invece la riflessione delle forze politiche sulle riforme si limita ai modi di gestione del potere». Sapeva che la Sardegna tra dieci anni non sarebbe stata un problema suo, ma – forse per esorcizzare la fine – su questo dettaglio non si soffermava.
La storia lo ricorderà come uno dei grandi artefici dell’industralizzazione della Sardegna, un’epoca che ora viene riletta da molti in termini fortemente critici. Soddu non sembrava particolarmente scalfito da questo. «All’epoca non avevamo altre armi contro la crisi», diceva, come a sottintendere che col senno di poi sono bravi tutti. Poi, certo, la fase pionieristica dell’autonomia regionale è passata anche attraverso errori e distrazioni. I lunghi decenni di potere incontrastato della Democrazia cristiana hanno favorito, anche nell’Isola, incrostazioni che hanno appesantito lo slancio iniziale del dopoguerra e la conquista della specialità. Ma sono innegabili i progressi compiuti in quel periodo da una terra uscita dal secondo conflitto mondiale in condizioni di arretratezza economica spaventose.
Nella divisione dei compiti che si era data la generazione Dc dei Giovani turchi, a Soddu era toccato occuparsi della Regione, laddove altri – Cossiga, Beppe Pisanu e così via – presero la via di Roma. Non un ripiego, per quell’uomo austero cresciuto negli anni del fascismo e arrivato da Benetutti a Sassari per studiare Giurisprudenza: semmai, il regionalismo si rivelò una vocazione. E negli anni in cui il mondo si divideva in blocchi, tentò di applicare nella dimensione locale una prospettiva capace di andare oltre le ideologie, sulla scia della dottrina di Aldo Moro. La recente scomparsa del socialista Franco Rais, primo presidente di una Giunta regionale senza la Dc, ha consentito di rievocare i giorni politicamente drammatici in cui Soddu lavorò a un compromesso storico in chiave sarda, col Pci nell’esecutivo: la trasferta a Piazza del Gesù per convincere i vertici romani, la fatica per domare i malumori interni. E quando tutto sembrava compiuto, la telefonata del leader nazionale Flaminio Piccoli, durante un tesissimo vertice a Oristano, che pose il veto all’accordo coi comunisti.
Soddu, presidente incaricato, rinunciò a formare la Giunta e non tornò più alla guida della Regione. La storia, dopo la caduta del Muro di Berlino, si incaricò di dargli ragione, facendo cadere gli steccati che all’epoca (era il 1980) erano ancora molto solidi. Con la fine della Prima Repubblica, Soddu divenne – con o senza incarichi pubblici – una sorta di padre nobile del centrosinistra sardo, molto ascoltato, spesso scomodo per la sua attitudine a non risparmiare le sue obiezioni ai leader del momento, da Renato Soru ad Alessandra Todde. Di sicuro un punto di riferimento per molti, grazie a una lucidità che, pur veleggiando verso il secolo di vita, non è mai venuta meno. La sua scomparsa chiude definitivamente un’epoca dell’autonomia. Alla politica sarda, tutta, resta la testimonianza irripetibile di chi ha intrecciato l’impegno politico con la propria vita, al punto da non saperli più distinguere, e di non volerlo fare.
Giuseppe Meloni
