L’ordine restrittivo
Di Celestino TabassoPoliticamente parlando, Giorgia Meloni ha abbastanza colpe e limiti da rinunciare a elencarli, non essendo questa una rubrica a puntate o un supplemento.
Ma godere degli agguati che Trump le fa con ossessività da maniaco, o darle due righe di solidarietà e già dalla terza ricordare che però lei non doveva fargli gli occhi dolci, e quasi quasi ben le sta perché i rapporti fra Stati non si impostano così, è un telavevodettismo miserabile.
Non solo perché Meloni presiede il Consiglio dei ministri e se prende una sberla la prendiamo tutti. Non solo perché quando invece si dava il cinque con Biden nessuno la trovava subalterna. E non solo perché andò (giustamente) bene a tutti quando la special relationship col Bullo le consentì di tornare da Mar-a-Lago con l’ok allo scambio con l’Iran per liberare Cecilia Sala. Ma soprattutto perché questa non è più una questione politica. Non è una partita magari dura per evitare un dazio o concordare una linea sull’Ucraina: è stalking. È una faccenda di arterie otturate e narcisismo aggressivo, col persecutore che fa il perseguitato e chiede “un ordine restrittivo” che lo tuteli dalla vittima. Se questa è violenza – e lo è, selvaggia e ostentata – allora bofonchiare che lei se l’è andata a cercare non è una critica: è vittimizzazione secondaria.
Celestino Tabasso
