L’Alta Corte di Hong Kong, applicando una legge sulla sicurezza nazionale, ha condannato l’editore indipendente Jimmy Lai a vent’anni di carcere per “cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso e collusione con forze straniere”.

Lai ha 78 anni: se riuscirà a sopravvivere fino alla fine della pena, ne avrà 98. Il sistema penale cinese ha condizioni severissime e residuali per l’accesso alla possibilità di riduzione della pena per buona condotta e per ragioni di età. Insomma, si tratta di carcere vero e duro.

La Cina comunista conferma così la sua abitudine a reprimere le voci libere e a controllare stampa e media indipendenti. Ma attacchi alla libertà di informazione arrivano anche da altre latitudini.

Il regime di Putin, annunciandolo come risposta alla decisione del Consiglio europeo di ''vietare le trasmissioni'' di Ria Novosti, Izvestia e Rossiyskaya Gazeta, ha preso di mira decine di testate europee, con il blocco dell’accesso a 81 giornali di 25 Paesi dell’Unione Europea, dal francese Le Monde allo spagnolo El País, dalla tv austriaca ORF alla rivista tedesca Der Spiegel. Nella “black list” del Cremlino figurano anche i siti di Rai, La7, Repubblica e La Stampa.

Dall’altra parte dell’Atlantico, pur nel contesto di un sistema democratico, si è distinto negativamente anche il presidente Donald Trump.

Trump ha più volte invocato pubblicamente la revoca, da parte della FCC — la Commissione federale per le comunicazioni, cioè l’ente regolatore —, delle licenze radiotelevisive di emittenti come ABC e NBC, motivandola esplicitamente con la copertura giornalistica critica nei suoi confronti e non con violazioni tecniche o di servizio pubblico.

La situazione è preoccupante: un diritto fondamentale come la libera manifestazione del pensiero, caposaldo della crescita umana e culturale, viene calpestato perché i potenti – com’è sempre stato – non tollerano le voci indipendenti; non tollerano, in effetti, la democrazia, cioè quel sistema che consente la gestione della cosa pubblica secondo percorsi trasparenti, aperti alla critica e al dissenso legittimo.

E in Italia? Il diritto fondamentale di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e la libertà di stampa, “che non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, sono sanciti dall’articolo 21 della Costituzione.

La libertà di pensiero include il diritto al dissenso nelle forme pacifiche, anche radicali, e non può essere soffocata in nome di interessi superiori, quali lo Stato o altre autorità. È in questo diritto che si esprime il primato della persona, nei contesti familiari, lavorativi e sociali.

L’atteggiarsi di tali diritti fondamentali è fonte di coesione sociale, garanzia di pluralismo e motore di crescita economica per individui e Stati. L’autoritarismo e l’ordine inteso come entità astratta che non ammette differenze, reprimendo il diritto alla critica, annienta l’individuo, e come singolo e come soggetto collettivo, rendendolo schiavo.

Non solo nei regimi autoritari come Cina e Russia la libertà di pensiero è minacciata: anche nelle cosiddette democrazie mature occorre vigilare, tracciare confini netti tra potere e pensiero, tra intrusione dello Stato e libertà di espressione dei cittadini.

Il mondo dovrebbe sollevarsi contro l’ingiusta condanna di Jimmy Lai: un uomo di 78 anni non può finire in carcere solo per aver espresso dissenso verso il governo o manifestato solidarietà per i giovani di Piazza Tienanmen. Ogni forma di repressione nei confronti del dissenso è malvagia, ovunque accada, persino in quell’Occidente presuntuoso che troppo spesso dimentica il grande bagaglio di valori e conquiste nati dalla Rivoluzione francese.

Antonello Menne

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