L’Europa a un bivio: l’analisi del 15 settembre 2026
Di Luca LecisCommentando l’esito delle elezioni regionali del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, dove l’Afd, partito della destra radicale, ha ottenuto il 43,8% dei voti, più che raddoppiando il risultato precedente (+30%) e condannando la CDU, partito di governo, a uno scioccante ridimensionamento al 17,2% (-19,9%), la Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha rilevato: «chi vuole affidare sicurezza, economia e società nelle mani di politici che fanno della Germania il giocattolo delle grandi potenze e di una concezione romantico-nevrotica del popolo, non sa ciò che fa. Le simpatie verso costoro nascono dal bisogno di fare piazza pulita», tuttavia, ha chiarito il più influente dei quotidiani tedeschi, «pur con tutte le legittime critiche all’imperfezione di questa Coalizione, bisogna esserle grati perché ricorda ogni giorno ai tedeschi che cosa sia veramente la politica democratica: non la distruzione, non la dottrina pura, ma il possibile».
Il voto tedesco, dunque, ha manifestato una tendenza che vieppiù va consolidandosi in tutta Europa: la configurazione di un sistema politico diviso ormai in due campi, partiti etnonazionalisti (Afd) e partiti che a essi si oppongono. Questa polarizzazione sta contribuendo a dar forma politica a fratture ben più profonde nelle società europee, dove il malcontento per la migrazione e le politiche d’asilo, la guerra in Ucraina e la politica verso la Russia, e per i costi dell’energia sembra ormai tradursi in una contrapposizione culturale e valoriale più radicale.
Da una parte l’idea di una democrazia liberale, aperta e pluralista; dall’altra quella di uno Stato autoritario, identitario e ripiegato su sé stesso.
La messa in discussione, da parte dei partiti etnonazionalisti in crescita costante nella Ue, del nesso fra sistema democratico e riconoscimento della dignità umana, il fondamento del patto civile, dovrebbe interrogare seriamente la società civile, tanto più oggi, oramai giunti al quinto anno dall’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina. Una domanda solo apparentemente azzardata che ci si dovrebbe porre è, come Germania (e, più in generale, i Paesi europei) e Ucraina, in circostanze radicalmente differenti, si possono definire i confini legittimi della comunità nazionale e del pluralismo democratico? Si tratta di osservare come due democrazie europee affrontino, seppur in condizioni molto diverse, il problema dell’autodifesa del proprio ordinamento costituzionale.
È questo, infatti, il vero nodo gordiano delle democrazie contemporanee, dall’Europa agli Stati Uniti, come difendersi senza negare i principi che si intendono proteggere? Da una parte c’è la Germania, democrazia consolidata che, sulla base della propria esperienza storica e del proprio ordinamento costituzionale, si interroga sui limiti entro cui una forza politica come l’Afd possa continuare a esser tollerata quando mette in discussione alcuni dei principi fondamentali della convivenza democratica. Dall’altra, l’Ucraina, sottoposta a un’aggressione militare e costretta a misurare ogni forma di pluralismo politico alla luce della propria sopravvivenza statale, come le vivaci proteste di piazza a Kiev contro la destituzione del ministro della difesa Fedorov, hanno dimostrato. Tanto più che la difesa ucraina della propria integrità geografica, che coincide con la sopravvivenza stessa dello Stato di fronte alla potenza aggressore, ha fatto del rafforzamento dell’identità nazionale la sua ragione esistenziale, inasprendo l’identità, fondata sempre più su lingua, memoria e cultura.
Va da sé che le due realtà non sono sovrapponibili, tanto più che in Germania pesa la memoria del nazionalsocialismo, ma tanto Kiev che Berlino interrogano l’Europa: fino a che punto una democrazia può limitare pluralismo, diritti politici e diversità interna per proteggersi senza mettere in discussione i principi che intende difendere?
Come dimostrano i processi di involuzione democratica ad Ankara e di concentrazione autoritaria del potere a Mosca, l’Ue non ha alternative: contro i nazionalismi le democrazia liberali europee non possono vivere di sola difesa. Occorrono risposte concrete e proposte credibili, solo così si potrà garantire la sopravvivenza del modello democratico-pluralista.
Come suggerisce la campagna elettorale in Texas del candidato favorito James Talarico, la lezione è abbastanza semplice: al lamento e alle paure si deve opporre la speranza.
Luca Lecis – Università di Cagliari
