Le troppe tasse “piatte”
Di Alberto MingardiQuest’anno il premio Nobel per l’Economia è andato a Robert E. Hall e a Michael Woodford, per i loro studi sui fondamenti microeconomici della politica di stabilizzazione macroeconomica. Non sono nomi noti al grande pubblico, ma a Hall si deve una proposta che da anni è al centro del dibattito anche in Italia. Assieme ad Alvin Rabushka, negli anni Ottanta Hall diede alla flat tax la sua formulazione più compiuta. La proposta era semplice: un’unica aliquota sui salari oltre una soglia esente e sui flussi di cassa delle imprese, con la deduzione immediata degli investimenti. Niente detrazioni, niente regimi speciali; lo slogan era: «ridurre la dichiarazione dei redditi a un documento che poteva stare in una cartolina».
A dispetto di polemiche ricorrenti, anche se l’imposta è piatta la soglia esente assicura una certa progressività. L’aliquota unica e bassa ridurrebbe il costo di lavorare, risparmiare e investire un euro in più. Una base ampia e senza eccezioni toglierebbe poi agli interessi organizzati il loro terreno abituale, la caccia all’agevolazione. Dopo il 1989 la adottarono diversi Paesi dell’ex blocco sovietico. In Italia la flat tax è una promessa del centrodestra da più di vent’anni. Il governo Meloni ha ridotto gli scaglioni Irpef da quattro a tre, ha abbassato al 33 per cento l’aliquota intermedia e ora nella Manovra discute se estenderla ai redditi fino a 60.000 euro. Ha alzato a 85.000 euro la soglia del regime forfettario per le partite Iva e ha introdotto, o ipotizza, aliquote agevolate per i premi di produttività, per gli aumenti contrattuali, per gli aumenti di stipendio dei giovani.
Ne esce un sistema con molte tasse “piatte”, ma ciascuna per una categoria diversa. È l’opposto di ciò che proponeva Hall: ogni regime speciale aggiunge una soglia, un requisito, un incentivo a restare sotto un certo reddito. Il viceministro Leo ha contato circa seicento fra deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta e regimi sostitutivi. Le polemiche sul possibile arrivo a Milano di Dua Lipa dicono quanto siamo lontani da questa cultura. La cantante vorrebbe stabilirsi nel capoluogo lombardo non solo perché apprezza la vita meneghina, ma anche per il regime dei neo-residenti, che esige da chi trasferisce la residenza in Italia un’imposta fissa sui redditi prodotti all’estero. Lo ha voluto il governo Renzi e lo ha reso tre volte più caro il governo Meloni (da 100 a 300mila euro), senza che il fastidio per i «paperoni» stranieri si sia attenuato.
A molti pare scandaloso che una cantante milionaria possa pagare così poco. Ovviamente, se Dua Lipa restasse a Londra, l’erario non incasserebbe nulla. Chi sceglie dove vivere sceglie anche quanto pagare per i servizi che uno Stato gli offre, e un’imposta alta su una base che se ne va produce poco gettito. Il dibattito italiano, e con esso Bruxelles quando ci raccomanda di spostare il prelievo su patrimoni e successioni, tratta invece la ricchezza come una risorsa che lo Stato ha titolo a prelevare, e considera ogni sconto un privilegio. Inforcati questi occhiali ideologici, anche l’idea di Hall, che è un’idea di neutralità e di semplicità, viene letta come un regalo ai ricchi.
Il regime dei neo-residenti ha un difetto reale: riserva a chi arriva un trattamento negato a chi in Italia vive da sempre. Di solito se ne conclude che bisogna alzare il forfait. E se provassimo a fare il contrario, cioè estendere ai residenti di sempre un po’ della semplicità concessa ai nuovi arrivati?
Alberto Mingardi – Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”
