L’ambiente sotto pressione
Di Aldo BerlinguerContinua il bollettino dei disastri. Non si contano più i roghi che hanno colpito la Sardegna (1200 quest’anno): da ultimo San Gregorio, Muravera, Portoscuso, Furtei, Goni, Torpè, Talana, Macomer, Padru, Alghero, Pimentel. Volano Canadair ed elicotteri ma i danni provocati dalle fiamme crescono a dismisura.
Prosegue anche l’occupazione abusiva di molte spiagge e insenature, con sequestri di ombrelloni e lettini usati per “prenotare” i posti in spiaggia (S’Archittu) o sanzioni per barche troppo vicino a terra o vetture parcheggiate sulla sabbia (Asinara e le Saline di Stintino).
Non parliamo poi dei salvataggi in mare, con bagnini e Guardia Costiera impegnati a soccorrere bagnanti o diportisti “disinvolti”, come accaduto a Tortolì, Porto Ferro e Cabras.
Viene allora da chiedersi: questi eventi cos’hanno in comune? Si tratta infatti di eventi correlati: rivelano un approccio estrattivo e consumistico al territorio, non più inteso come un bene comune da custodire e abitare ma come merce da consumare.
Il problema siamo noi e la deriva culturale che ha cambiato il nostro rapporto con i luoghi. Per secoli, infatti, il territorio italiano — in particolare le aree interne, insulari e montane — è stato modellato dal “presidio umano”: pratiche agricole, pastorali e forestali locali che mantenevano un equilibrio ecosistemico.
Oggi, invece, il territorio viene vissuto con la logica dell’uso temporaneo. Il turista “mordi e fuggi” o l’utilizzatore occasionale consumano il paesaggio (per la foto, il weekend..) senza assumersi i costi ambientali che quell’impatto comporta.
Gli incendi boschivi che ogni estate bruciano decine di migliaia di ettari non sono solo un’emergenza climatica ma il risultato di un vuoto di responsabilità che ha più volti. Lo spopolamento delle aree interne compromette la pulizia dei boschi, la regimazione delle acque e il pascolo. Il bosco non gestito accumula combustibile e si espone ai roghi.
Inoltre il fuoco, spesso doloso, è l’atto estremo di negazione della funzione ecologica e sociale del bosco, ridotto a terreno bruciabile per mancanza di valore percepito.
Il cd. overtourism muove nella stessa direzione: la commodificazione del paesaggio. Quando la pressione turistica travalica le città d’arte e invade i piccoli borghi o i parchi naturali, si innescano dinamiche distorsive.
C’è l’effetto Luna Park: l’area marginale si trasforma in una scenografia per i social; la complessità culturale locale si appiattisce a beneficio di un consumo meramente virtuale.
E si avverte una progressiva “gentrificazione”: la riconversione di tutti i servizi verso la domanda turistica alza il costo della vita, espelle i residenti e accelera lo spopolamento.
A ciò si aggiunge l’incapienza infrastrutturale di questi luoghi: aree prive di servizi per gli abitanti subiscono picchi stagionali che ne mandano in tilt la sostenibilità.
Insomma, il punto di convergenza tra incendi e overtourism risiede nella perdita del legame col territorio. Chi appicca il fuoco o chi usa una comunità locale come parco giochi temporaneo condivide la stessa disconnessione: il territorio non è più un luogo condiviso da preservare per le generazioni future.
Si tende a massimizzare i profitti del turismo i quali restano però, spesso, in mano a pochi intermediari, mentre le esternalità negative (inquinamento, rifiuti) gravano interamente sulle comunità e sulle amministrazioni.
Cosa fare per invertire la rotta? Sarebbe necessario ripensare le politiche territoriali ed economiche, anzitutto incentivando il pagamento dei Servizi Ecosistemici (PES), quelli intrapresi da chi resta, presidia isole e montagne, gestisce i boschi e previene dissesto e incendi.
Occorre muovere dal turismo estrattivo al turismo rigenerativo; cioè sostituire la metrica del mero numero di arrivi con indicatori di impatto socio-ambientale positivo, ponendo tetti ai flussi nei contesti fragili.
Infine un salto culturale: il consumerismo non riguarda solo i prodotti sulle mensole dei negozi, riguarda anche il nostro territorio. Esaurito questo, non ne abbiamo altri. Occorre migrare (dove?).
Aldo Berlinguer
