Federico Rampini sul Corriere della Sera del 2 maggio e Alberto Mingardi il 7 maggio sulle pagine di questo giornale sollevano il velo sull’economia Usa – che veleggia con un aumento del 2% sullo scorso anno, da confrontarsi con lo 0,1% europeo – e sulla spinta strategica, per non dire epocale, data alla stessa economia dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. Aspettando con fede che superficiali opinion leader nostrani cessino di considerare l’AI un insieme più o meno stupido di algoritmi, al quale fare domande ritenute invece intelligenti e rivelatrici, preme riportare un dato fondamentale e un insieme di considerazioni relative.

Il dato riguarda gli investimenti: i 4 giganti tecnologici americani (Amazon, Google, Microsoft e Meta) hanno investito da soli nell’AI oltre 130 miliardi di dollari in un solo trimestre, e si apprestano a investire entro il 2026 altri 700 miliardi di dollari. Stiamo parlando di oltre un terzo del Pil italiano investito in un anno in un settore nel quale non solo la Sardegna, non solo l’Italia, ma l’Europa stessa è praticamente assente. Non si hanno precisi dati di quanto stiano facendo Cina, Giappone e India, ma gli investimenti complessivi non dovrebbero essere inferiori a quelli Usa.

Noi invece siamo rimasti a una quarantina d’anni fa, all’epoca dei primi sistemi esperti, e non abbiamo capito né la tecnologia delle reti neurali e delle loro gerarchie, né le applicazioni che ne derivano. In termini, cioè, di risultati sulla produttività globale di una nazione. L’AI è una rivoluzione ben superiore alla rivoluzione digitale e alla rivoluzione industriale, e – come tutte le rivoluzioni, positive o negative a seconda del punto di vista – divide. Divide chi la cavalca da chi non la segue. Divide chi ne capisce le potenzialità e le sfrutta da chi la teme e la rifiuta. Divide il mondo di chi vuol crescere e far crescere da quello di chi vuole difendere il suo piccolo potere di quartiere, basato sull’ignoranza altrui.

L’AI permette di formarsi in una maniera più efficace e rapida (perché non ne approfittiamo subito a livello personale?); consente di migliorare drasticamente, esponenzialmente, l’efficienza di qualsiasi nostro sottosistema di funzionamento e di servizio (la Pubblica Amministrazione in genere, la Salute, la Giustizia, i trasporti, la logistica, l’energia, ecc.); consente di migliorare la creatività e l’innovazione di ogni disciplina (si pensi all’architettura, al disegno, alla cinematografia, ecc.) e soprattutto di ridurre gli sprechi.

La produttività globale di una comunità, di una nazione, ne viene esaltata. Spalanca dei rischi? Sì, certo, ma questi vanno affrontati non rifiutando il concetto di ineluttabilità tecnologica e fingendo di non vedere cosa si sta sviluppando nel mondo avanzato, ma con una formazione adeguata, ancora più stringente e mirata. Questo della formazione è però il tallone d’Achille di una società che vive nell’illusione di una pensione e di un welfare garantiti, di un debito capace di allargarsi a dismisura, dell’assistenzialismo e di un compiacimento di sé che non ha ragione di esistere.

Le domande del Wall Street Journal, riportate da Federico Rampini e Alberto Mingardi: “Gli europei capiscono quanto sono poveri?” (la risposta, l’anticipo, è: no), e “Che cosa succederà quando se ne accorgeranno?” non trovano una risposta solo quantitativa in termini di differenza del Pil reale pro capite rispetto a quello americano (quest’ultimo 3 volte circa di quello italiano) o se vogliamo anche svizzero (4 volte circa di quello italiano), ma soprattutto nella marginalizzazione che l’assenza di AI provocherà in maniera irreversibile.

L’Europa, schiava di ideologie che la allontanano dalla cura di se stessa (si pensi solo al nucleare), preda di nazionalismi mai sopiti e oggi in fiera ripresa (eppure c’è chi pensa ancora a un esercito europeo, comandato da chi?), sceglie anche per l’AI una strategia senza giudizio e futuro, ovvero di sviluppo di una AI propria (propria di chi? Francese, tedesca, inglese, spagnola? Non c’è risposta), con investimenti velleitari e inadeguati, quando i concorrenti sono avanti di generazioni e il distacco cresce ogni minuto. No, noi non capiamo quanto siamo poveri e quanto lo saremo in prospettiva – ci hanno reso troppo ignoranti per comprenderlo.

Ciriaco Offeddu

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