In Italia non si possono condannare le violenze senza aggiungere subito dopo un «ma». Le immagini rimbalzate su tutti i media restituiscono con precisione quanto accaduto lo scorso fine settimana a Milano. Sabato i fedeli che erano in Duomo per la messa sono stati trattenuti dopo la funzione, mentre su una delle piazze più famose d’Europa infuriava la battaglia. Li hanno fatti uscire da un passaggio sotterraneo che portava in una strada contigua. È un particolare che rende bene lo stato di ansia in cui è precipitata la città.

Che il giorno dopo ha vissuto, di nuovo nelle vie centrali, una domenica di tranquillo saccheggio, con le stesse bande che si ritrovavano, col passamontagna calzato, per assaltare altre vetrine. Eppure il sindaco Giuseppe Sala e il principale papabile alla sua successione, Mario Calabresi, non hanno saputo resistere all’istinto del distinguo: il corteo era «sacrosanto», gli scontri, per i quali hanno avuto parole dure, sono altra cosa. Il più prolifico produttore di opinioni del Paese, il senatore Calenda, poche ore prima aveva twittato che gli sembrava «una cosa buona, giusta e persino tardiva» che i giovani si mobilitassero per gli scarsi investimenti in scuola e università.

In tutte le cose, e in politica soprattutto, il tempo non è un dettaglio. Che cosa è cambiato, nel finanziamento dell’istruzione, nelle ultime settimane? Quale iniziativa di Meloni, Valditara o Bernini avrebbe suscitato l’indignazione dei ragazzi? La miccia sarebbe davvero la questione del tetto al numero di stranieri per classe? La logica del distinguo, protesta giusta e mezzi sbagliati, poteva valere in altre occasioni. Non questa volta. Non sono intervenuti fatti nuovi a dare la sveglia agli studenti che, secondo Calenda, si sarebbero finalmente decisi a pretendere maggiori investimenti per il proprio capitale umano.

Le motivazioni dichiarate abbracciano del resto un catalogo di lamentele assai più ampio, dal carovita al riarmo alla questione israelo-palestinese, non necessariamente coerenti fra loro. La manifestazione di sabato è stata organizzata a imitazione di quelle che da qualche settimana agitano la Francia, e l’obiettivo di «fare casino» era pressoché dichiarato. Secondo la dinamica più comune fra gli esseri umani di qualsiasi tempo e luogo, alcuni hanno visto ciò che avevano combinato i loro omologhi a Parigi e hanno deciso di replicarlo a Torino e Milano.

Chi incolpa TikTok e Instagram scambia lo strumento per l’origine: i social hanno reso più veloce la trasmissione delle informazioni, non hanno cambiato i comportamenti. Fra i partecipanti c’era sicuramente molta gente perbene. Difficile sostenere che i promotori fossero ignari delle circostanze.

Sotto un aspetto, le adunate pacifiche hanno qualcosa in comune con quelle violente. Tante persone, per trovare un senso alla propria esistenza, sentono l’esigenza di «sciogliersi» in un collettivo. Una funzione religiosa (a patto che si creda), un raduno politico, un concerto rock e il tifo allo stadio si assomigliano: a muoverci è la voglia di appartenere a qualcosa di più grande, l’elettricità che si avverte quando si cantano, o si scandiscono a tempo, le stesse parole di migliaia di altri.

Le folle possono sia regolare il comportamento dei loro membri sia liberarli da qualsiasi vincolo: le messe e le orgie sono più vicine di quanto sembri. È un’esperienza che abbiamo fatto tutti: raramente le bravate della nostra giovinezza le abbiamo compiute in solitudine; il gruppo attiva meccanismi imitativi, «se quello lo fa posso farlo anch’io». Di solito una causa dà a quel bisogno una direzione e un limite. Quando la causa è un pretesto, resta solo il bisogno.

I giornali si stupiscono dell’assenza di leader. Chi ha convocato i cortei non per questo li guida. Francesco Alberoni, un sociologo che qualche anno fa si leggeva molto, paragonava la nascita di un movimento all’innamoramento, per il desiderio di ricominciare tutto da capo, spazzando via il vecchio mondo. In questa fase si può fare a meno di chi comanda, e perfino di un programma: l’entusiasmo può bastare a se stesso.

Ciò non significa che manchi un tentativo di regia politica. A Milano si vota a maggio, ed è scontato che si cerchi di approfittare della situazione, vedendo una leva contro il governo Meloni non nell’incapacità di garantire l’ordine pubblico ma nelle presunte ragioni della protesta. Per questo ci si incaponisce a spiegare la violenza con altro che se stessa, proponendosi come canale istituzionale per rispondere agli stessi bisogni.

Ma se il bisogno è quello di provare, assieme, l’afflato di un’orgia violenta? Che sbocco istituzionale può avere, un bisogno così?

Alberto Mingardi

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