La vera riforma è nelle persone: l’intervento del 9 aprile 2026
Di Franco MeloniL’obiettivo per il futuro del Servizio sanitario regionale, qualunque sia il governo che guidi la Sardegna, è semplice da enunciare e difficile da realizzare: renderlo sostenibile, moderno e più vicino ai cittadini. Restituirgli autorevolezza e farlo tornare a essere uno dei pilastri della nostra vita collettiva, l’espressione concreta della solidarietà tra cittadini nel momento della sofferenza.
Per riuscirci serve prima di tutto una scelta di fondo: ridefinire le priorità. Chiarire che cosa il sistema deve garantire davvero in modo universale e come integrare il servizio pubblico con strumenti complementari, senza lasciare indietro le persone più fragili.
Da qui una premessa netta: non servono nuove riforme costruite solo per cambiare direttori generali. I manager che ci sono restino al loro posto: si fissino obiettivi chiari e dopo un anno si verifichi chi li ha raggiunti e chi no. Continuare a riscrivere le regole per spostare qualche poltrona significa indebolire l’intero sistema. E diciamolo senza ipocrisie: pensare di trovare tredici manager competenti pescando solo in una parte politica è semplicemente irrealistico. Le competenze si cercano dove sono, non dove conviene. Il terreno su cui intervenire davvero è un altro: il territorio. Deve diventare il primo luogo di cura e soprattutto di prevenzione. Solo la medicina di prossimità, insieme alla gestione delle cronicità prevista dal DM77, può ridurre le liste d’attesa e riequilibrare il rapporto tra domanda e offerta di prestazioni.
L’invecchiamento della popolazione sarda impone un cambio di paradigma. Non possiamo più avere una sanità che aspetta il paziente: serve una sanità proattiva, capace di intercettare le malattie croniche prima che diventino emergenze.
La direzione è chiara: sviluppare Case della salute, ambulatori territoriali e ospedali di comunità, rafforzare la rete infermieristica di base, investire nel telemonitoraggio e nella teleassistenza per i pazienti fragili e avviare un grande piano regionale di prevenzione che coinvolga Comuni, scuole e terzo settore.
Allo stesso tempo bisogna affrontare il nodo della rete ospedaliera. Oggi domina una logica insostenibile: tutti fanno tutto. È il risultato di campanilismi e piccoli egoismi locali che nulla hanno a che vedere con criteri scientifici o organizzativi.
Serve invece una rete coerente con il Decreto ministeriale 70: ogni presidio deve avere una vocazione chiara e devono essere attivate e formalizzate le reti cliniche – trauma, oncologia, ictus, infarto – anche quando le decisioni sono impopolari. Non significa chiudere indiscriminatamente, ma distribuire meglio funzioni e risorse.
Gli ospedali di comunità possono diventare uno strumento decisivo per alleggerire i grandi poli ospedalieri e ridurre la pressione sui pronto soccorso.
C’è poi il capitolo della tecnologia. Occorre una revisione seria delle dotazioni e una programmazione credibile degli investimenti, accompagnata da uno studio delle risorse umane necessarie a utilizzare queste tecnologie almeno dodici ore al giorno. In Sardegna non mancano TAC e risonanze magnetiche: spesso mancano le condizioni per farle funzionare davvero.
Il servizio sanitario pubblico deve restare il pilastro del sistema, ma può essere affiancato da strumenti complementari, come le assicurazioni sanitarie integrative già previste in molti contratti di lavoro. Non sostituiscono il pubblico, ma possono contribuire ad alleggerire la pressione su di esso.
Il vero nodo resta però il capitale umano. È il fattore che oggi più di ogni altro mette in difficoltà il sistema. Servono incentivi per lavorare nei territori periferici, valorizzazione delle competenze, formazione del cosiddetto middle management e regole più flessibili per trattenere professionalità esperte. Ma soprattutto serve ricostruire il clima organizzativo, senza motivazione non si costruisce nessun sistema sanitario. I professionisti devono sentirsi parte di un progetto, non semplici esecutori. Negli anni in cui si costruiva la sanità universalistica in Sardegna si lavorava con passione perché si aveva la sensazione di partecipare a qualcosa di grande. Questo spirito non si può imporre per legge. La vera riforma, alla fine, non è nelle norme, è nelle persone che ogni giorno tengono in piedi la sanità.
Franco Meloni
