La guerra nelle tasche: l’analisi del 10 aprile 2026
Di Giuseppe DeianaSiamo passati dalla globalizzazione dell’economia alla globalizzazione della guerra in un batter d’occhio e non ci abbiamo sbadatamente fatto caso fino a quando il conflitto non è entrato nelle nostre case, nelle voci della bolletta e nel conto della spesa. Dopo circa ottant’anni di pace la guerra è tornata in Europa, sul fronte orientale. Poi il Medio Oriente, da sempre in ebollizione, è imploso. E infine è tornato l’uragano Trump con il suo “superego”.
I risultati giungono fino a noi, a tavola, nella vita quotidiana. Tanto più quando la tregua annunciata sul campo di battaglia non si traduce in effetti pratici ma solo in effimere speranze che durano poco meno di una giornata. Ancora di più in un luogo come la Sardegna, periferia d’Europa, che vive da sempre di luce economica riflessa. Le azioni belliche contro Teheran, dove pure vige un regime teocratico che con la democrazia ha niente da spartire, possono trovare una giustificazione nella deterrenza, ma certamente le conseguenze sono drammatiche.
Nei decenni passati, la comunità energetica si muoveva su oleodotti e gasdotti, ma la guerra in Ucraina ha accelerato il passaggio alla globalizzazione del mercato di greggio e gas, con la crescita di depositi costieri e rigassificatori. Fino a ieri era possibile acquistare il combustibile dal migliore offerente via mare, ma se ci sono dei colli di bottiglia, come quello dello Stretto di Hormuz, il sistema si inceppa.
E così si inizia a parlare di razionamenti, di scorte che si assottigliano, di aerei che non possono rifornire, di vacanze che possono saltare nonostante le prenotazioni crescano in una terra di pace come la Sardegna.
La prosperità a cui ci siamo abituati si riduce, il viaggio estivo per smaltire le tossine di una vita frenetica diventa a rischio, anche spostarsi all’interno della nostra Isola è un problema, con il gasolio sopra i 2,2 euro a litro.
E dobbiamo fare i conti con i rincari delle merci, che continuano a viaggiare su gomma o su nave e pagano già una pesante tassazione ambientale, voluta dall’Ue per ridurre la produzione di CO2, ma che non ha effetti sull’ambiente e finisce per scaricarsi soltanto sulle periferie dell’Europa, in particolare proprio quelle che il mare rende ancora più distanti.
E avremmo mai pensato che oggi si sarebbe arrivati anche a soffrire della carenza di fertilizzanti, prodotti con gas e derivati della raffinazione, e che i prodotti che giungono sulla nostra tavola potevano avere un costo stellare per questo? Intanto, gli Stati Uniti aumentano la produzione di gas e diventano il più grande produttore di petrolio al mondo, «quindi, quando il prezzo sale, noi facciamo un sacco di soldi», ha detto senza vergogna Trump a metà marzo.
Dall’attacco a Teheran e la chiusura dello stretto di Hormuz le esportazioni di greggio degli Usa sono cresciute del 30%. E anche il petrolio russo trova nuovi acquirenti. Il nemico dell’Europa e dell’Occidente, Vladimir Putin, ha ottenuto nuova linfa proprio da chi non vuole più fare il guardiano del mondo ma, come la Russia, straccia i trattati internazionali, si mette in tasca l’Onu e pensa che si possa lucrare sulle periferie del mondo, tra cui c’è anche la Sardegna, se non altro per questioni geografiche.
Chi crede nella pace oggi è messo all’angolo, travolto da una crisi che rende difficile vivere anche in un territorio dove le armi risuonano lontano. Quando sul tavolo resteranno solo patate e carne dura, allora si potranno rivalutare i valori che fecero nascere le Nazioni Unite e l’Ue: il rispetto della persona umana e la pace universale professata dal più grande rivoluzionario dello storia, nato 2026 anni fa là dove oggi non si vuole che si celebri neanche una messa per ricordare la sua Passione.
Giuseppe Deiana
