La guerra e l’economia: l’analisi del 17 giugno 2026
Di Alberto MingardiDopo circa cento giorni di guerra, domenica Stati Uniti e Iran hanno sottoscritto un memorandum d’intesa per porre fine alle ostilità. L’accordo prevede la revoca del blocco navale Usa sui porti iraniani e la riapertura dello Stretto di Hormuz alle rotte commerciali, con ritorno graduale ai volumi pre-guerra entro circa 30 giorni. Per questo, Trump è stato accusato di aver preso una decisione dettata “dall’economia”: cioè dalla necessità di riportare sotto controllo i prezzi dell’energia.
Per lo Stretto di Hormuz passava circa un quarto del greggio scambiato via mare, con la maggior parte diretta verso Cina, India, Giappone, Corea del Sud. Lo Stretto veniva attraversato anche da circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto, oltre che da prodotti petrolchimici e fertilizzanti. Se è vero che le navi andavano soprattutto verso l’Asia più che verso il mondo occidentale, il prezzo di queste merci è globale, e la minore disponibilità di petrolio proveniente dall’Iran porta chi se ne rifornisce a domandarlo altrove, con un ovvio contraccolpo sui prezzi.
Il conflitto ha contribuito a un peggioramento del tasso di inflazione, che per il 2026 è ormai stimato oltre il 3% in Europa e oltre il 4% negli Usa. Si capisce dunque perché l’inquilino della Casa Bianca tenga gli occhi puntati sull’economia e sui mercati e sorprende semmai che, a inizio anno, avesse rivolto lo sguardo altrove.
Le conseguenze della chiusura di Hormuz ci hanno ricordato che gli effetti di un evento difficilmente restano “locali”. Spesso sentiamo parlare di “iperglobalizzazione”, come se tutti i Paesi del mondo avessero abbracciato politiche liberoscambiste e annullato dazi d’importazione e altre regole che contingentano i prodotti provenienti dal resto del globo.
Non è così: il recente trattato fra India e Unione Europea prevede, per esempio, un taglio ai dazi indiani sui vini europei, che passeranno dal 150% al 75% all’entrata in vigore, per poi scendere fino a livelli intorno al 20‑30%. Non saremo in un mercato “selvaggio” dopo, e non lo eravamo prima.
Se i commentatori tendono a enfatizzare gli aspetti politici della globalizzazione, spesso dimenticano che la ragione per cui acquistiamo e vendiamo prodotti in Paesi diversi non ha nulla a che fare con orientamenti filosofici o scelte “di sistema”. Individui e imprese vendono e comprano beni (e anche servizi, ormai: dalle risposte dei call center a quelle dell’intelligenza artificiale) in luoghi diversi perché conviene loro.
Il dato più evidente è la differente disponibilità di materie prime, ma non è l’unico. Paesi diversi hanno persone diverse: alcuni più abili nel fare una cosa, altri più abili nel farne un’altra. Cercare di fare sempre e comunque da sé non aiuta né gli individui né le loro comunità.
Se potessimo utilizzare solo software “nazionali”, per esempio, è improbabile che avremmo a disposizione l’intelligenza artificiale – e chi vive in un Paese di pochi milioni di abitanti forse non sarebbe mai andato oltre l’abaco.
La cooperazione con persone e imprese che stanno ai quattro angoli del globo è spesso vista come un fattore di debolezza. Così è stato anche nel caso di Hormuz, che dovrebbe indurci – si dice – a nuove iniziative per diventare “indipendenti” sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico. È un modo di ragionare molto “panoramico”: nel senso che si ferma al panorama restituito da una fotografia o da una cartolina, senza considerare il contesto. Se non sempre il reale è razionale, non si può nemmeno ipotizzare il contrario.
Tutti preferirebbero avere sotto casa il fornitore perfetto: bravo, affidabile, economico. Solo che capita di rado, e gli imprenditori sono impegnati, tutti i giorni, a cercare non il fornitore perfetto ma il migliore dei fornitori disponibili. Se le filiere di produzione si sono organizzate in modo da coinvolgere aziende in Paesi diversi e lontani, non è per un vezzo: è perché è il modo più economico, cioè quello che assicura, nelle condizioni date, il migliore utilizzo delle risorse per organizzare la produzione.
“Indipendenza” è una bella parola, ma come tutte ha benefici e costi. Vanno considerati con cura, prima di lanciarsi in avventure pericolose. Le belle parole possono costare molto caro.
Alberto Mingardi – Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”
