La giustizia non è vendetta: il commento del 23 ottobre 2026
Di Antonello MenneUna democrazia si misura dalla capacità di difendere i cittadini senza trasformare la giustizia in vendetta. Il caso di Nidal Malik Hasan, l'ex maggiore dell'esercito statunitense condannato a morte per la strage del 2009 nella base militare di Fort Hood, in Texas, riapre una questione fondamentale. L’esecuzione mediante fucilazione è stata annunciata per il 3 dicembre 2026. Una prospettiva che pone interrogativi inquietanti sul significato della giustizia in una democrazia.
Non si tratta di minimizzare la gravità dei delitti commessi, né di dimenticare le vittime e le loro famiglie ma semmai di chiedersi se lo Stato, nel punire un crimine, possa trasformare la morte e la sofferenza in un monito per i vivi.
L’esecuzione capitale richiama pratiche adottate da regimi autoritari, nei quali la violenza esercitata dal potere viene esercitata per dimostrarne la forza dello Stato in chiave deterrente. Si impongono subito due questioni cruciali: può la pena di morte essere compatibile con una democrazia matura che riconosce i diritti fondamentali e le libertà dell’individuo? E può lo Stato disporre del corpo umano fino a sopprimere la vita?
La prima questione ci riporta a Cesare Beccaria, che oltre due secoli fa contestò la pena capitale e l'illusione che la crudeltà delle punizioni potesse garantire una maggiore sicurezza. La sua lezione conserva intatta la propria forza: l’autorità dello Stato trova legittimità nella legge, nel rispetto dei diritti e nella certezza della pena, non nella possibilità di infliggere la sofferenza più estrema.
Negli Stati Uniti, la pena capitale è ancora prevista in 27 Stati su 50. La pena di morte rappresenta una contraddizione radicale: lo Stato condanna l'omicidio, ma risponde uccidendo. E lo fa attraverso una decisione irreversibile, che non può riparare un eventuale errore giudiziario.
La seconda questione riguarda la dignità umana. Un condannato può essere privato della libertà secondo la legge, ma non perde per questo ogni diritto. La tortura e la pena di morte in chiave deterrente pongono il problema del limite che lo Stato non dovrebbe oltrepassare. La giustizia rischia di perdere la propria funzione essenziale: assicurare una convivenza libera e pacifica. D’altronde, come anche la Storia più recente insegna, la vendetta non ricompone necessariamente le ferite. Si obietta che, di fronte alla criminalità e al terrorismo, lo Stato debba dimostrare inflessibilità. È vero. Ma inflessibilità non significa crudeltà. Lo Stato di diritto non applica la morte. Lo Stato deve prevenire i reati, proteggere le vittime, individuare i responsabili e applicare pene giuste ed efficaci.
È una lezione che riguarda anche l’Europa. I governi che fanno della sicurezza una priorità devono essere giudicati sui risultati, non sui proclami. Servono personale adeguato, controlli efficaci, prevenzione e una presenza concreta delle forze dell'ordine sul territorio. Nelle città la percezione di una presenza insufficiente degli agenti in alcune strade e quartieri merita risposte verificabili. La sicurezza non si costruisce con la propaganda, ma con organizzazione, prevenzione e responsabilità. Una democrazia dimostra la propria forza quando protegge i cittadini senza rinunciare ai principi che la distinguono dalla violenza. Quando lo Stato si fa vendicatore, la giustizia non diventa più forte, diventa soltanto un'altra vittima.
Antonello Menne
