La crisi e gli alibi: l’intervento del 6 maggio 2026
Di Ciriaco OffedduSono andato e tornato dall’Asia, volutamente passando per Dubai, non per cercare un fronte di guerra – che lì non c’è – ma per osservare da vicino le sue ricadute economiche in una delle aree più esposte del mondo. Ancora una volta mi sono accorto di quanto la narrazione generale italiana sia guidata da un allarme continuo, da un’ansia trasmessa e diffusa che spesso non trova corrispondenza nella realtà percepita altrove.
Dubai è a un tiro di schioppo dallo stretto di Hormuz. All’andata abbiamo avuto circa trenta minuti di allarme, al ritorno tre ore di stop dovute a restrizioni del traffico aereo. Disagi reali, ma vissuti come eventi gestibili. L’atmosfera era chiara: esiste una tensione e un conflitto, ma si tratta di una guerra frammentata, indiretta, che si riflette più nei sistemi che nei fronti tradizionali. Non c’è alcun senso di collasso o pericolo imminente.
Dubai allo sbando? Gli Emirati alla canna del gas? Nulla di tutto questo. L’aeroporto era affollato, i voli pieni. Le economie che crescono non si fermano alla prima turbolenza: si adattano, correggono, riallocano risorse. È una dinamica già vista altrove più volte, dalla crisi delle Tigri Asiatiche degli anni Novanta in poi. Da noi, invece, prevale un racconto diverso: ogni evento diventa un possibile punto di rottura, ogni episodio viene amplificato fino a sembrare sistemico. Si pensi all’abbattimento di un aereo americano.
Ma la domanda vera è un’altra: perché questa distanza tra percezione e realtà pesa soprattutto in Europa? Il tema energetico offre una possibile risposta. L’Europa importa solo una quota limitata del greggio che transita per lo stretto di Hormuz, ma il prezzo del petrolio è globale. Quando una parte rilevante dell’offerta viene messa a rischio, il prezzo sale ovunque. E quando grandi economie asiatiche come Cina, India o Giappone riorientano i propri approvvigionamenti, entrano in competizione diretta con gli stessi fornitori alternativi su cui conta anche l’Europa.
Fin qui, il contesto. Ma il punto è un altro: come reagiscono gli attori globali? In Asia, le strategie energetiche sono da tempo orientate alla diversificazione e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Negli Stati Uniti, la spinta verso l’autosufficienza ha ridotto l’esposizione agli shock esterni.
E l’Europa, invece? L’Europa si trova oggi più esposta proprio perché ha affrontato la transizione energetica senza giudizio, senza costruire in modo coerente le alternative necessarie. Ha ridotto alcune dipendenze senza sostituirle pienamente – si pensi al nucleare –, ha accelerato su obiettivi ambiziosi senza consolidare una base industriale ed energetica credibile. Il risultato è una vulnerabilità crescente in un mercato che non perdona incoerenze. Non è un caso che una compagnia come Lufthansa annunci il taglio di migliaia di rotte: non è solo una scelta industriale, è un segnale di riposizionamento dentro un sistema che cambia rapidamente. E purtroppo ogni riduzione di collegamenti ha ricadute concrete anche sulle periferie europee, isole comprese.
A questo si aggiunge una dipendenza significativa dai prodotti raffinati e, sempre di più, dal gas naturale liquefatto. Non è solo una questione di quanto petrolio si acquista, ma di come funziona l’intera catena energetica, nella quale l’Europa occupa una posizione più debole rispetto agli altri grandi attori.
In questo contesto, i prezzi alla pompa reagiscono rapidamente, talvolta anticipando le aspettative dei mercati, spesso in termini speculativi. Il risultato – voluto – è una percezione di emergenza continua, che si traduce in un’accettazione quasi passiva di aumenti generalizzati.
La guerra diventa una spiegazione universale. Spiega tutto, giustifica tutto. Copre responsabilità che non nascono oggi: scelte incomplete, ritardi strategici, una difficoltà crescente nel muoversi con coerenza in un sistema sempre più feroce. E mentre si guarda altrove, anche servizi essenziali per la popolazione – come la sanità in territori esili come la Sardegna – continuano a deteriorarsi senza una visione credibile di lungo periodo.
Non si tratta di negare i rischi bellici, ma di distinguere tra ciò che accade e il modo in cui viene raccontato. Perché un sistema sotto pressione reagisce ai fatti. Ma una società che smette di interrogarsi sulle proprie responsabilità finisce per trasformare ogni crisi in un alibi.
Ciriaco Offeddu
