La storia della nostra isola è attraversata da dominazioni, decisioni prese altrove e giustificate come necessarie per un bene comune che raramente ha coinciso con quello di noi sardi. Dai progetti eolici controversi, alle servitù militari, la Sardegna – che qualcuno avrebbe voluto trasformare in una discarica di scorie tossiche - è troppo spesso percepita come uno spazio marginale, idoneo a sperimentare ciò che altrove sarebbe più difficile imporre. La tumultuosa situazione politica che, oggi, toglie il sonno agli abitanti della Groenlandia è un monito.

Ci ricorda che questa logica non è affatto superata. Cambiano i contesti politici, cambiano i pretesti ma resta l’idea di fondo: alcune terre sono considerate secondarie, sacrificabili, negoziabili e funzionali agli interessi altrui.

Ma torniamo alla Groenlandia: questa gigantesca isola lontana - abitata da poco più di cinquantamila persone e quasi completamente ricoperta di ghiaccio - è la patria del popolo inuit, che, adattandosi a uno dei climi più ostili del pianeta, la abita da millenni. Dal XVIII secolo l’isola è stata progressivamente colonizzata dalla Danimarca, che ha imposto i suoi modelli culturali estranei. Nel Novecento, spregevoli politiche di assimilazione forzata hanno prodotto sradicamento, perdita linguistica e fratture sociali profonde. Tra le ferite più gravi inferte a una popolazione inerme vi fu la politica di contraccezione coercitiva praticata per decenni su migliaia di donne inuit con l’obiettivo dichiarato di ridurre la crescita della popolazione indigena.

Già terra di conquista e di colonizzazione, la Groenlandia - che dal 1979 in poi ha acquisito un’autonomia sempre più completa fino a poter disporre delle proprie immense risorse naturali - è entrata ora nel mirino del presidente americano Donald Trump che, dietro al lessico roboante della sicurezza nazionale, sembra deciso a farla diventare parte degli Stati Uniti d’America – con le buone o con le cattive. Ma cosa accade quando “difesa” e “interesse nazionale” diventano parole-totem, capaci di mettere in discussione perfino il fondamento di un’alleanza sacra come quella della Nato? Cosa accade quando la retorica del potere attutisce il dibattito, divide i leader della Comunità Europea e riduce le comunità locali a comparse di una narrazione sempre più grottesca? Una ragione in più per mantenere la questione della sovranità al centro di tutto: poter decidere autonomamente del proprio territorio e delle proprie risorse è la condizione essenziale per proteggere qualunque comunità e il futuro di ogni popolo.

Già nel 1948, il premio Nobel per la letteratura Halldor Laxness raccontava nelle sue opere la pressione imposta dagli Stati Uniti all’Islanda perché accettasse un’imponente base militare strategica all’interno del proprio territorio. Nel suo celebre romanzo “La base atomica” Laxness mise in luce le poliedriche tensioni che minacciavano di ridurre la sovranità nazionale della sua isola, denunciando come una scelta imposta dall’alto - motivata da interessi globali - avrebbe potuto incidere profondamente sulla vita del popolo islandese.

Quel che sta accadendo oggi in Groenlandia, dunque, non riguarda soltanto un’isola lontana, ma è il riflesso di una logica che noi sardi conosciamo bene: quando un territorio diventa improvvisamente strategico, la voce di chi lo abita tende a scomparire.

Ed è come se, ancora una volta, le isole si riducessero da scrigni di identità a insignificanti pedine da spostare con disinvoltura sulla scacchiera globale.

Ma ricordate: se chi abita il territorio non conta nulla, la sovranità smette di essere un principio fondamentale e si riduce a una mera risorsa, trattata come ogni altra merce da comprare, vendere o sacrificare.

E se i prossimi fossero gli islandesi o i maltesi? E se i prossimi fossimo noi?

Nicola Lecca

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