Dei bambini del bosco sappiamo troppo e troppo poco. Troppo perché ne conosciamo il cognome, le età, il colore dei capelli e l’area di residenza, abbiamo cronache delle loro emozioni e dettagli sui genitori. Non va bene: un giorno potrà diventare un problema che li schiaccia, forse lo è già. Troppo poco perché non abbiamo letto le perizie né gli atti processuali, e nel caso in grande maggioranza non avremmo le competenze culturali e professionali per interpretarli.

Certo che fa impressione l’idea di tre bambini separati dai genitori, mica siamo robot. E fa impressione che dei piccoli siano sottratti alla vaccinazione, all’istruzione e all’incontro con altri bambini: facile fare i poeti della natura sulla pelle altrui. Ammaniti sul Corriere dice che separare la famiglia è un errore: ne prendiamo nota con rispetto, è un mattone per costruirci un’idea da cittadini. Ma non da giurati autoconvocati sui social. Non è abbastanza per arruolarci in una crociata.

Teniamoci le domande, quelle servono sempre. Sarebbe diverso se fossero “i bambini del campo nomadi”? Se non incombesse il referendum sui giudici (tale è diventato) ne parleremmo tanto? Salvini andrà dai genitori: non hanno abbastanza pensieri?

Rispetto per “la tragedia del bosco”, come la chiama giustamente Christian Raimo.

Però basta con il sottobosco.

Celestino Tabasso

© Riproduzione riservata