C’è una convinzione che attraversa da anni il dibattito politico italiano: siamo un Paese che invecchia, gli anziani votano e condizionano gli equilibri di potere, mentre i giovani restano a casa, disillusi e disinteressati. Ma se fosse proprio questa convinzione a impedire alla politica di comprendere ciò che sta cambiando nel Paese? E se milioni di giovani decidessero di tornare alle urne, mettendo in discussione equilibri che oggi sembrano intoccabili?

Alle elezioni politiche del 2022 l’astensione ha raggiunto il 36,1%. Tra i 18 e i 34 anni, secondo il rapporto Giovani 2024 dell’Istituto Toniolo, è stata stimata al 42,7%. Numeri che raccontano una distanza preoccupante, ma anche un’enorme porzione di elettorato che la politica sembra aver rinunciato a conquistare. Eppure, anche tra gli over 65 l’astensione è tutt’altro che marginale. L’immagine degli anziani che votano compatti e dei giovani che voltano le spalle alla democrazia è una semplificazione: nessuna generazione è un blocco uniforme, nessun voto può essere dato per scontato.La vera domanda è perché tanti cittadini scelgano di non partecipare. Per molti giovani, la politica sembra incapace di rispondere ai problemi che determinano il loro futuro: precarietà, salari insufficienti, affitti insostenibili, difficoltà nello studio e nell’ingresso nel mondo del lavoro. Le promesse si ripetono, le campagne elettorali si susseguono, ma la sensazione di non essere ascoltati resta.

A quel punto, non votare può sembrare inutile quanto votare. È una conclusione comprensibile, ma rischiosa: lascia che siano gli altri a decidere anche per chi ha rinunciato a farsi rappresentare.

Il referendum sulla giustizia del marzo 2026 ha offerto un’indicazione importante. La partecipazione è stata significativa e il No ha prevalso. Secondo le analisi del voto, i giovani hanno partecipato in misura rilevante e si sono orientati in maggioranza verso il No. Non si può attribuire a loro, da soli, l’esito della consultazione, ma sarebbe un errore ignorarne il contributo: quando sentono che una scelta conta davvero, i giovani possono mobilitarsi e incidere sul risultato. Perché questa partecipazione dovrebbe fermarsi al referendum e non tradursi anche in una presenza stabile alle elezioni politiche? La risposta potrebbe arrivare anche guardando oltre i confini italiani. In Serbia, dopo il crollo della copertura della stazione ferroviaria di Novi Sad, costato la vita a sedici persone, gli studenti hanno dato vita a proteste di massa contro la corruzione e per chiedere responsabilità alle istituzioni. La mobilitazione ha scosso il potere e contribuito alle dimissioni del primo ministro. In Brasile Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato un nuovo mandato presidenziale. La campagna si è riaccesa anche grazie alla mobilitazione nelle piazze e sui social, con il coinvolgimento di giovani sostenitori. Non sarebbe corretto attribuire la vittoria esclusivamente alle nuove generazioni, ma il risultato dimostra quanto una partecipazione capace di allargarsi e mobilitare nuovi elettori possa rimettere in discussione equilibri che sembravano consolidati.

Serbia, Brasile e Italia sono Paesi diversi. Dove si dimostra però che le nuove generazioni possono protestare, mobilitarsi, prendere posizione e diventare una forza capace di mettere in discussione gli equilibri esistenti. E allora immaginiamo che alle prossime elezioni milioni di giovani oggi lontani dalle urne decidano di votare. Non sceglierebbero necessariamente tutti lo stesso schieramento. Ma proprio questa imprevedibilità renderebbe più difficile per i partiti continuare a fare affidamento sugli stessi bacini elettorali e sugli stessi calcoli.

Lavoro, stipendi, casa, istruzione, sanità e ambiente smetterebbero di essere temi da evocare durante le campagne elettorali per diventare questioni sulle quali conquistare concretamente la fiducia degli elettori. I collegi considerati sicuri potrebbero diventare contendibili. Le maggioranze non potrebbero più dare per scontato il proprio consenso. E una generazione troppo spesso trattata come un problema da gestire diventerebbe una parte decisiva del confronto democratico.

Il vero terremoto, dunque, non sarebbe necessariamente la vittoria della destra o della sinistra. Sarebbe la fine della convinzione che l’assenza dei giovani sia un dato permanente, quasi una garanzia su cui costruire strategie elettorali. Perché una generazione al voto non consegna automaticamente il potere a qualcuno: costringe tutti a meritarlo.

Forse la fortezza elettorale degli anziani è meno compatta di quanto si racconti. E forse i giovani non sono stanchi della politica in sé, ma di una politica che troppo spesso sembra essersi stancata di loro.

Angela Guiso

© Riproduzione riservata