Il tramonto di Orbàn: l’analisi del 14 aprile 2026
Di Luca Lecis“Oggi abbiamo vinto perché gli ungheresi non si sono chiesti che cosa la patria potesse fare per loro, ma che cosa loro potessero fare per la patria”. Sono state queste le prime parole pronunciate da Péter Magyar quando lo spoglio elettorale ha confermato i dati giunti dai seggi di tutta l’Ungheria.
Il futuro governo, che potrà contare sulla forza di un partito che ha ampiamente superato la soglia dei due terzi necessaria per una maggioranza costituzionale, si troverà presto a affrontare sfide titaniche; tuttavia, il dato che oggi più sorprende è la centralità delle elezioni di questa piccolo Paese, membro dell’Ue dal 2004, assunta a livello internazionale:
“L’inverno sta arrivando”, a novembre i prossimi a cadere saranno “i leccapiedi di Trump e gli estremisti di Maga al Congresso”; così il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries ha commentato la clamorosa sconfitta di Viktor Orbàn e del suo partito di governo, Fidesz, dopo sedici anni.
Che ci si assista a un “momento storico non solo per l’Ungheria, ma per la democrazia europea”, come commentato dal leader britannico Starmer, sembrano esser tutti d’accordo: dal “cuore dell’Europa che batte più forte”, della presidente Von der Leyen, a “russi tornatevene a casa” del polacco Tusk, alle dichiarazioni di non vedere l’ora di collaborare con Magyar espresse dal francese Macron e dal tedesco Merz, fino alla promessa di continuare a lavorare insieme della Meloni, spesasi personalmente per la rielezione di Orbàn.
Per comprendere il diffuso sospiro di sollievo tra le cancellerie europee, il presidente ucraino Zelensky ha dichiarato di esser pronto a “un lavoro congiunto costruttivo a beneficio di entrambe le nazioni, per la pace, sicurezza e stabilità in Europa”, è utile ripercorrere il clima mediatico delle elezioni parlamentari del 12 aprile in Ungheria, difficilmente conciliabile con gli standard democratici a cui l’Europa è abituata.
Quello che comunemente in Europa si intende per cultura del dibattito pubblico, uno spazio aperto a opinioni concorrenti come base di uno stato costituzionale, in Ungheria non esiste, ha rilevato la analista austriaca Krisztina Rozgonyi: dal 2010 il controllo esercitato dal governo sui media tradizionali è tale da condizionare pesantemente la libertà d’opinione e il pluralismo dei media.
Se si aggiunge l’esercito dei “soldati digitali governativi”, persone addestrate per gestire migliaia di profili falsi sulle piattaforme social e diffondere contenuti creati artificialmente e deepfake, si comprendono i rischi di una comunicazione politica opaca, capace alle precedenti elezioni di manipolare 400.000 voti.
Inoltre, la stampa internazionale ha ampiamente documentato l’intervento nella campagna elettorale dei servizi segreti russi e l’indebita interferenza dei servizi di sicurezza interna magiari.
E se oggi, fortunatamente, si può gioire per una vittoria della democrazia, ancora in grado di generare anticorpi per reggere l’onda d’urto della disinformazione, è doveroso chiedersi come tutto ciò sia potuto accadere in un Paese membro dell’Ue e perché davanti a palesi violazioni del diritto nessuno abbia alzato la voce contro le tendenze autoritarie di Orbàn.
Determinante è stata l’accondiscendente politica fiscale magiara, che ha favorito gli interessi industriali europei, tuttavia, ciò non è bastato, e frustrati dalla stagnazione economica, dall’inflazione e corruzione, i magiari hanno espresso con forza il loro voto contro Orbàn.
Ora le speranze per una ripresa sono affidate a Magyar e alla sua auspicabile svolta filoeuropea perché molte cose sono in crisi: lo Stato di diritto, il sistema sanitario, l’economia e il mercato del lavoro.
Occorre prudenza, un reale cambio di rotta ha bisogno di tempo e il futuro dell’Ungheria rimane incerto. Inoltre, non sarà né semplice né rapido cancellare anni di politiche illiberali. Magyar, infine, presenta molte incognite e compiti ardui lo attendono: da importanti riforme, giustizia e media, al ripristino della democrazia liberale, condizione per lo sblocco dei milioni di fondi europei congelati.
È dunque vitale mantenere alta la guardia, ma ciò che è successo a Budapest rappresenta una sveglia per l’Europa, l’augurio che le migliaia di fiaccole accese per la vittoria magiara siano la luce per far ritrovare la strada a una Ue smarrita.
Luca Lecis
