Nell’editoriale precedente, “Spopolamento e risorse sprecate”, ho illustrato le cifre e il paradosso fiscale che scoraggia il lavoro dei pensionati. Vale la pena ritornare su un tema tanto importante chiedendosi cosa effettivamente esista oggi e cosa sarebbe necessario per sbloccare la situazione di stallo.

Torniamo un attimo ai numeri del presente: una popolazione sarda di circa 1.555.000 persone, un numero di pensionati nell’intorno delle 440mila unità, la necessità urgente di oltre 100 mila lavoratori vari. Tutti i numeri sono in rapido peggioramento, né si intravvede una reale e non utopistica possibilità di un significativo rimpiazzo – come da alcuni sognato – con immigrati non preparati e non gestiti.

Viceversa, le competenze esistono già tra i pensionati, così come la volontà ormai sempre più diffusa di lavorare, di contribuire secondo le proprie possibilità e ovviamente di guadagnare il tanto che possa sostenere pensioni decurtate dall’aumento del costo della vita e dalle spese sanitarie.

Noi sprechiamo due volte il non utilizzo dei pensionati: prima come popolazione che invecchia senza la possibilità di essere sostituita, poi come energia che lasciamo inattiva per mancanza di sistema e di cornice fiscale.

La nostra pensione, su cui grava già una tassa a mio giudizio anticostituzionale (sono soldi versati nel corso di un’esistenza lavorativa al netto di tasse già pagate, soldi che lo Stato ha potuto utilizzare ricavandone interessi e benefici) dovrebbe essere considerata un “diritto acquisito”, non cumulabile da un punto di vista fiscale con entrate derivanti da nuove attività intraprese in età anziana.

Qualche leva similare, in Italia, c’è già: il cosiddetto Bonus Giorgetti, confermato nella manovra 2026, permette a chi ha maturato i requisiti per la pensione anticipata di restare al lavoro ricevendo in busta paga, del tutto esentasse, la quota di contributi che l’azienda verserebbe altrimenti all’Inps.

È un meccanismo intelligente, capace di rendere conveniente restare occupati invece che ritirarsi. Il problema è che vale solo per chi non è ancora andato in pensione: l’incentivo si ferma proprio dove servirebbe di più, cioè per chi la pensione la percepisce e vorrebbe rientrare, anche solo part-time, nel mondo del lavoro.

Per completare il quadro, un ulteriore passo consisterebbe nel riconosce incentivi fiscali alle aziende che assumono pensionati, in valore crescente in funzione dell’età dell’assunto, così come funziona massicciamente in Giappone.

Una serie di mansioni non gravose ma essenziali per il funzionamento aziendale o locali (pensiamo solo a professori dedicati a fare da guide culturali e turistiche, come avviene per esempio in Olanda) potrebbero essere coperte da sessantenni, settantenni e oltre, con benefici estesi a tutta la comunità.

Sul terreno organizzativo, le cooperative di comunità – 250 realtà censite in Italia, nove su dieci nelle aree interne – sono il corrispettivo più vicino che abbiamo al modello giapponese: reti che rimettono in circolo competenze locali per garantire servizi che i Comuni da soli non riescono più a offrire, dal trasporto scolastico alla consegna dei farmaci, dall’artigianato all’accoglienza turistica, eccetera.

Per quanto alla Sardegna, però, mi vengono in mente solo iniziative isolate come quelle di Ollolai e Fluminimaggiore, esperimenti contro lo spopolamento guidati da illuminazioni locali più che da una politica regionale organica.

Ciò che manca è la strategia complessiva, la direzione e la scala, un sistema regionale che connetta i singoli punti, li finanzi in modo strutturale, li renda replicabili in ogni paese sotto i mille abitanti, realtà che rischiano di spopolarsi entro una generazione.

Servirebbe dunque un quadro normativo verso il quale far convergere gli sforzi, un disegno organizzativo regionale da premiare, ma in primis una classe politica adeguata.

Ciriaco Offeddu

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