Il pantano dell’Iran: l’analisi dell’11 marzo
Di Alessandro AresuLa difficile situazione della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è testimoniata anche dalle riunioni che si svolgono in Italia. Il 7 marzo il ministro della Difesa ha convocato i vertici militari e i rappresentanti dell’industria, a cui ha chiesto di accelerare le loro capacità e disponibilità operative. Il 13 marzo si terrà la riunione dell’organo costituzionale che si occupa di difesa e sicurezza nazionale, il Consiglio Supremo di Difesa, convocato dal Presidente della Repubblica al Quirinale. All’ordine del giorno ci sono le implicazioni della guerra in Iran e gli effetti della crisi.
Questi eventi possono destare una legittima preoccupazione tra i cittadini e gli operatori dell’informazione. È utile in ogni caso mantenere la calma e accettare che da qualche anno ormai ci troviamo in una “nuova normalità”, in cui le tensioni militari e i conflitti, anche vicino a noi, fanno purtroppo parte della nostra vita.
Nel caso della guerra in Iran, tutta la vicenda è avvolta da una cappa di incertezza, in una crisi dove gli sbocchi sembrano difficili da intuire. Basti pensare che la stessa nomina della nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, è stata accompagnata da voci insistenti sul suo ferimento e sulla sua morte. Nelle strade, si sono alternate in pochi giorni le scene di celebrazione per l’uccisione di Ali Khamenei e le immagini di manifestazioni di sostegno al regime, contro Israele e Stati Uniti.
Nel mentre, le incognite di un conflitto aperto toccano l’intero Medio Oriente e anche l’Unione Europea, con armamenti giunti fino a Cipro.
Davanti alla successione tra padre e figlio del regime, i critici hanno notato come la rivoluzione islamica, nata dall’opposizione religiosa alla monarchia vicina all’Occidente, sia poi divenuta più simile a una sorta di dinastia. La Repubblica islamica dell’Iran viene da un indebolimento di lungo periodo ed il governo è percepito da una vasta parte della popolazione come corrotto, incapace di gestire l’economia e colpevole di crudeli repressioni. Allo stesso tempo, le speranze di un cambiamento politico devono scontrarsi con la realtà istituzionale e sociale di un Paese complesso, e con la presenza di un potere armato ancora in grado di silenziare i critici.
Donald Trump ha definito la scelta di Mojtaba Khamenei un grande errore. Nella scommessa di Trump, sembra esserci l’idea che il caos dei bombardamenti e la distruzione di infrastrutture energetiche possano spingere a un cambiamento istituzionale, con l’emergere di un’élite in grado di abbandonare il regime e prendere il potere per salvaguardare i profitti petroliferi.
Questa sarebbe l’applicazione del principio “la pace attraverso la forza” che Trump ha più volte enunciato. Col particolare, tutt’altro che irrilevante, che questa “pace” viene ottenuta attraverso la guerra, e che non si sa a quali condizioni possa arrivare. La durata delle guerre, inoltre, diviene sempre una variabile difficile da controllare.
Nel mentre, molti effetti della guerra si fanno già sentire. Dai prezzi dell’energia all’equilibrio dei mercati finanziari, fino a una dinamica regionale sempre più complessa dove giocano diversi fattori. I Paesi del Golfo si sono scoperti più fragili, la Turchia sta alla finestra ma vede questa crisi come un’altra opportunità per rafforzarsi. Inoltre, non è detto che la posizione di Israele e degli Stati Uniti rimanga sempre vicina come è stata negli ultimi giorni.
Anche nella gestione della guerra, Trump ha dimostrato la sua imprevedibilità, attraverso dichiarazioni più accomodanti dopo una telefonata con Putin. Un tema importante per Trump continua a essere l’effetto economico e finanziario: quando a seguito dei dazi o delle operazioni belliche le borse sono scese troppo, Trump ha fatto, o almeno dichiarato, parziali passi indietro. Solo che, siccome l’imprevedibilità caotica è una sua caratteristica, è sempre difficile prevedere quando e come avverrà la prossima giravolta.
Una traccia potrebbe venire dall’opinione pubblica americana: i sondaggi mostrano che questa guerra, fin dai suoi primi giorni, ha un sostegno molto basso da parte dei cittadini, di circa il 41%, rispetto all’intervento in Libia di Obama (anch’esso impopolare, al 47%) e le guerre in Iraq e Afghanistan, che all’inizio godevano di ben altro consenso.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes
