Quando era piccolo mio fratello aveva un amico dal quale non si separava mai. Era un morbido bambolotto di pezza che chiamava Mio. Lo teneva sempre in braccio e gli spiegava il mondo per come lo vedeva lui. Gli raccontava quello che sapeva, quello che pensava, persino ciò che provava. Naturalmente era un dialogo a senso unico. Mio non poteva parlare. Ma non era importante. Difficilmente mio fratello avrebbe avuto un rapporto così intenso con un bambino vero senza litigarci. Erano tempi a tecnologia zero. E le risposte ai nostri dubbi arrivavano da persone che, come noi, non le possedevano tutte.
Oggi ciascuno di noi può avere il suo Mio. Solo che questo parla. È sempre disponibile, sa quasi tutto, risponde, consiglia, corregge. Non dobbiamo neppure ricordare: basta sapere che possiamo chiederglielo. L’intelligenza artificiale è il Mio di oggi. Con una differenza enorme: non si limita ad ascoltarci. Ci risponde. Così ci confidiamo, discutiamo, chiediamo consigli, fino quasi a dimenticare che dall'altra parte non c'è nessuno. Può persino capitarci di chiederci: chissà cosa penserà di me. È affascinante, utilissima e un po' inquietante. Perché le stiamo affidando una parte della nostra memoria ma anche pezzi del nostro ragionamento. Perché l'intelligenza artificiale non è un bambolotto di pezza ma è uno strumento nelle nostre mani. E potremmo accorgerci, un giorno, che anche noi siamo diventati uno strumento nelle mani di qualcuno. Senza sapere di chi.

Bepi Anziani

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