A cent’anni dall’annuncio del conferimento, Grazia Deledda resta l'unica scrittrice italiana ad aver ricevuto il Nobel per la letteratura, che gli accademici di Svezia avevano già assegnato a Giosuè Carducci e che, nel secolo a venire, avrebbero tributato anche a Eugenio Montale, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo e Dario Fo.

Per onorarne la memoria, e in attesa dell’omaggio del presidente Mattarella che sabato sarà in visita a Nuoro, facciamo un salto indietro nel tempo e accompagniamo la scrittrice nuorese nel viaggio che, dal cuore della Sardegna, la portò a Stoccolma per ricevere dalle mani di re Gustavo V di Svezia il più ambito riconoscimento cui si possa ambire.

È l’otto dicembre del 1927. Il pomeriggio ha appena ceduto il passo alla sera quando un’eclissi di luna si presenta improvvisa a rendere ancor più inospitale il freddo intenso che attanaglia la città. In quel momento di sorprendente oscurità – mentre tutti camminano avvolti dalla nuvola del loro respiro - un treno proveniente da Copenaghen si avvicina alla stazione centrale di Stoccolma.

Raggiunto il binario di pertinenza, il convoglio si ferma con sferragliante stridore. Da uno dei suoi tanti vagoni scende una piccola donna sarda. Ha 56 anni, si chiama Grazia Deledda: e in un paese di persone longilinee e svettanti i suoi 155 centimetri di altezza non sono una postilla trascurabile.

Con la sua debordante insistenza, l’aria gelida e tagliente dell’inverno scandinavo è già riuscita a insinuarsi in quegli ultimi giorni di autunno, sfogliando gli alberi e ricoprendo i prati di brina con algida severità.

La scrittrice sarda sente dentro di sé tutta la fatica accumulata in tre lunghi giorni di viaggio che - per terra e per mare - l’hanno portata a Stoccolma. È passato più di un anno dall’annuncio del conferimento del Nobel: ed è finalmente arrivato il tempo di riceverlo dalle mani del sovrano di Svezia in una solenne cerimonia.

Grazia Deledda scende dal treno, accompagnata da suo marito Palmiro Madesani. Prontamente, il poeta Erik Axel Karlfeldt – scelto dal comitato del Premio Nobel per accoglierla – le porge un variopinto bouquet i cui fiori sono stati selezionati per alternare i colori nazionali dell’Italia a quelli della Svezia. Il rosso e il bianco, il verde e il giallo sfavillano come un fuoco d’artificio nell’innaturale oscurità imposta dall’eclissi, malamente contrastata dai flebili lampioni della stazione centrale.

Poco più tardi, la scrittrice sarda si affaccia alla finestra dell’elegante suite d’albergo riservata ai vincitori del Premio Nobel. In pieno incanto, ammira lo scenografico molo di Strömkajen e l’armonioso susseguirsi di antichi edifici che, dal palazzo reale in poi, snocciolano via in semicerchio, delineando le sponde di Gamla Stan: la città vecchia di Stoccolma. A incantarla più di tutto è quella compatta infilata di facciate antiche e di palazzi barocchi dai frontoni a gradoni, che proiettano le loro luci tremolanti nell’oscurità del Baltico.

Presto, Grazia Deledda si sarebbe ritrovata nella solenne Konserthuset di Stoccolma. Presto, Re Gustavo V di Svezia, con la sua imponenza austera, avrebbe camminato a passo misurato verso di lei e le avrebbe consegnato il Nobel per la letteratura.

La piccola donna sarda dalla mente immensa si inchina con emozione davanti al re e, poco dopo, con evidente imbarazzo, si rivolge a tutte le eleganti persone che gremiscono la sala e che le tributano la loro ammirazione chiudendosi in un silenzio perfetto.

«Quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia una seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così».

Grazia Deledda - premiata esattamente un secolo fa per la sua profonda comprensione degli umani problemi e per aver descritto indimenticabilmente la sua Sardegna - è riuscita più di chiunque altro a trasformare la nostra Sardegna da isola periferica a simbolo universale di umanità.

Nicola Lecca

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