I nuovi trattati sul commercio: l’analisi del 4 febbraio 2026
Di Alberto MingardiL’Unione europea ha stipulato un nuovo trattato commerciale con l’India, entusiasticamente definito “la madre di tutti i trattati”. L’evento è di grande rilevanza, per ragioni sia di merito sia simboliche. Da alcuni anni le élite occidentali hanno deciso che la Cina è prospetticamente un nemico e che la stessa Ue è impegnata in iniziative volte a limitare gli scambi con quel Paese (a tutti i livelli: dalla nuova strategia sulla cybersicurezza alla “tassa sui pacchi” che colpisce gli acquisti online su piattaforme come Temu). L’India, invece, è considerata una democrazia (per quanto sia una democrazia con le caste) e dunque un Paese amico.
Fin qui i simboli. Nei fatti, l’India è un mercato di un miliardo e mezzo di abitanti, nel quale molte esportazioni europee erano gravate da dazi stratosferici (alcolici e superalcolici: 150%; olio d’oliva: poco meno del 50%) che vengono sensibilmente ridotti, anche se non azzerati.
Dieci giorni fa era stato finalmente approvato l’accordo con i Paesi del Mercosur, l’unione doganale che riunisce i maggiori Paesi dell’America Latina. Accordo, questo, che è stato firmato dopo circa 25 anni di negoziati, avviati nel 1999‑2000. L’intesa con l’India ha avuto bisogno “solo” di 19 anni: i negoziati erano cominciati nel 2007, erano stati sospesi nel 2013 e sono ripresi nel 2022.
Per anni si è parlato di “globalizzazione selvaggia”. Chi l’ha fatto dovrebbe spiegarci dove fosse tutta questa globalizzazione, se i nostri commerci con America Latina e India erano ancora gravati da dazi tanto pesanti.
Anche d’ora in avanti gli scambi non saranno “liberi”, nel senso corrente che attribuiamo a questo termine. Nell’Ottocento, i trattati di scambio implicavano sostanzialmente un disarmo bilaterale: il Paese A smetteva di gravare di dazi le merci del Paese B e viceversa. Non è quello che avverrà né per i vini argentini né per i composti chimici provenienti dall’India. Questi accordi sono anzitutto strumenti di reciproca “armonizzazione” delle complesse impalcature di regolamenti e disposizioni che, nel mondo contemporaneo, governano (e spesso strangolano) l’attività produttiva. Anche per questo occorrono anni per negoziarli. L’altra ragione per cui tali documenti sono così complicati riguarda l’azione dei gruppi di pressione.
Prendiamo il caso del Mercosur. Le associazioni degli agricoltori temono la concorrenza dei colleghi latinoamericani, soprattutto nel settore della carne, perché si possono permettere di produrla a prezzi più bassi, non essendo vincolati ai rigidi standard sanitari e ambientali dell’Ue.
Per evitare questa possibilità, nel trattato è stata inserita una serie di clausole che prevedono che la Commissione possa aprire indagini e intervenire sul mercato europeo se, in conseguenza del trattato commerciale, le importazioni in Europa salissero sopra una certa soglia, identificata con un aumento del 5% in corrispondenza di una variazione del prezzo della stessa percentuale. Il governo italiano ha infine acconsentito al Mercosur proprio per questo motivo: la proposta della Commissione e dei tedeschi era che la soglia venisse fissata al 10%.
Aver sottoscritto questi trattati è meglio dell’alternativa, ma il potenziale beneficio per i consumatori europei è stato, per così dire, calmierato in fase di progettazione. La presa dei gruppi che traevano vantaggio dalle misure protezionistiche su Bruxelles è stata un po’ allentata, ma non si è certo dissolta. Le motivazioni che affiorano nel dibattito pubblico sono in apparenza nobili: portare anche altri Paesi verso i nostri più alti standard in tema di sostenibilità e diritto del lavoro. Nei fatti conta qualcosa di più prosaico: continuare a schermare alcuni dalla concorrenza. I consumatori possono consolarsi con un vecchio detto lombardo: «Piuttosto che niente, meglio piuttosto».
Alberto Mingardi
Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”
