Anche se finisse oggi, la guerra di Stati Uniti e Israele con l’Iran comporterebbe comunque una crisi energetica. In queste settimane, abbiamo imparato a conoscere tutti l’importanza dello Stretto di Hormuz per i flussi commerciali internazionali, con effetti a cascata molto profondi, che non erano stati previsti dagli Stati Uniti e dalle affrettate decisioni di Trump.

L’onda d’urto della crisi è già arrivata in molti Paesi asiatici, che hanno un’esposizione drammatica verso le importazioni dal Medio Oriente. Per esempio, le Filippine si sono ritrovate con scorte di carburante per poco più di 40 giorni e hanno dovuto dichiarare un’emergenza nazionale, con un’imposizione diffusa dello smart working.

Le contromisure si stanno moltiplicando in tutta l’area del Sud-est asiatico, tra le più popolate del nostro pianeta. L’Indonesia per affrontare la crisi energetica sta impiegando risorse che mettono sotto pressione il suo bilancio. Il Bangladesh cerca di risparmiare elettricità in tutti i modi ed è teatro di assalti alle pompe di benzina. Il presidente della Corea del Sud ha pregato i cittadini di risparmiare il carburante, mentre le grandi fabbriche coreane stanno organizzando piani di efficienza energetica. Molti altri Paesi, in Oriente e Occidente, stanno puntando sul mantenimento delle centrali a carbone, le più inquinanti, per garantire le essenziali forniture elettriche e l’ordine sociale, mentre si attende spasmodicamente l’arrivo di nuove navi cisterna.

Queste scene non sono tratte da film che vediamo al cinema: sono la realtà che coinvolge già centinaia di milioni di persone.

Anche l’Europa e l’Italia sono esposte a questi rischi. Il nostro continente dipende per l’energia dall’estero e ha ridisegnato negli ultimi quattro anni i suoi approvvigionamenti, a seguito della guerra in Ucraina. Ora gli effetti della guerra in Iran si vedono già nelle pompe di benzina e negli aeroporti, e rischiano di incidere ancora di più nei costi per le imprese e nelle vite dei cittadini. Cinque Paesi (Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria) hanno scritto pochi giorni fa alla Commissione Europea una lettera che chiede l’istituzione immediata di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, per finanziare aiuti ai consumatori e contenere l’aumento dell’inflazione.

Il trasporto aereo è particolarmente colpito, sia negli Stati Uniti (dove il costo del cherosene per uso aeronautico è raddoppiato) che in Europa, dove ci sono rischi di cancellazioni di voli per la stagione estiva. Anche noi dobbiamo considerare questa situazione, anzitutto per l’importanza del turismo per l’economia italiana e sarda. Inoltre, l’approvvigionamento energetico italiano, anche se negli ultimi anni è divenuto molto più diversificato, dipende da alcuni nodi resi più vulnerabili dalla guerra, come il Qatar.

Tutta l’economia europea deve affrontare, con questa crisi, un contesto completamente diverso da quello previsto dalla Banca Centrale Europea, perché c’è un consistente aumento dell’inflazione dettato dall’energia. Gli equilibri di bilancio dei vari Paesi, inoltre, dovranno tenere conto delle azioni dei governi per ridurre i costi per i consumatori e per le imprese, mentre restano ancora grandi punti interrogativi sul finanziamento dei nuovi investimenti per la difesa e l’innovazione. Già in Italia nelle vacanze di Pasqua la crisi è diventata concreta per tutti, per esempio con aumenti per il diesel stimati anche al 30% rispetto a un anno fa. Queste spese impreviste porteranno ad altri problemi economici.

La difficoltà attuale è quella di fare fronte a scenari estremi, in cui andiamo avanti di settimana in settimana con nuove dichiarazioni di Trump, che un giorno promette la distruzione dell’Iran con un lessico sempre più colorito, un altro giorno parla di trattative promettenti, e poi in realtà, discorso dopo discorso, lo Stretto di Hormuz rimane di fatto bloccato.

Proprio questo scenario di continua incertezza aumenterebbe in modo esponenziale le paure dei cittadini, che sentiranno parlare di più di scorte e di razionamenti. Sta alla diplomazia e alla razionalità politica ristabilire al più presto un’agibilità minima dei flussi globali dell’energia. Altrimenti, le conseguenze economiche, ma anche sociali, saranno pesanti per tutti.

Alessandro Aresu

Consigliere scientifico di Limes

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