Ogni anno il 2 giugno celebriamo la nascita della Repubblica. La scelta che gli italiani fecero nel 1946: la libertà al posto della monarchia. Un atto fondativo da cui nacque la Costituzione, una delle Carte più avanzate del mondo: libertà, lavoro, dignità, istruzione, tutela sociale. Peccato che di quel patto ricordiamo quasi sempre solo metà. I diritti, appunto. I doveri, quasi mai.

Eppure quei doveri sono scritti nero su bianco. L’articolo 2 impone la solidarietà politica, economica e sociale. L’articolo 52 dice che difendere la Patria è un sacro dovere del cittadino. L’articolo 53 è brutalmente chiaro: ogni cittadino deve concorrere alle spese pubbliche secondo la propria capacità contributiva. L’articolo 54 chiude il cerchio: fedeltà alla Repubblica, rispetto delle leggi, e per chi esercita funzioni pubbliche il dovere di farlo con disciplina e onore. Quattro articoli. Chiari, inequivocabili. Eppure ogni anno li celebriamo come se non esistessero. Perché è comodo rivendicare la sanità pubblica e non pagare le tasse. È comodo pretendere infrastrutture e lavorare in nero. È comodo invocare i diritti e ignorare le regole. Ma la Costituzione non funziona a metà. O la si rispetta tutta, o non la si rispetta affatto.

La sanità pubblica esiste perché qualcuno la finanzia. Le pensioni esistono perché qualcuno versa contributi. La scuola esiste perché qualcuno paga le imposte.

La Repubblica non è un distributore automatico di prestazioni. È una comunità che vive dell’equilibrio tra ciò che si riceve e ciò che si restituisce. Quando quell’equilibrio si rompe, non è la politica che paga il conto. È la matematica. E la matematica, a differenza della politica, non si candida. Il conto di decenni di promesse impossibili si chiama debito pubblico: enorme, paralizzante, capace di ipotecare ogni futuro. Per questo dobbiamo diffidare di chi promette sempre “più tutto” – ogni diritto, per essere reale, deve poggiare su una base solida.

Per noi sardi questa riflessione ha un peso in più. Da decenni rivendichiamo – giustamente – maggiore attenzione per l’insularità, i trasporti, le infrastrutture. Ma dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che la Sardegna riceve ogni anno ingenti risorse dallo Stato e dall’Europa. Risorse preziose. E spesso spese male. La vera sfida non è chiedere sempre di più. È spendere bene quello che già riceviamo. Com’è possibile che in Sardegna – con un clima straordinario e produzioni riconosciute nel mondo – sia più facile trovare sugli scaffali pomodori spagnoli che ortaggi delle nostre campagne? Non è un problema di capacità degli imprenditori sardi. È un problema di sistema. Di una politica più brava a distribuire risorse che a creare le condizioni per produrne. I doveri non riguardano solo i cittadini. Riguardano anche chi governa.

È sempre la stessa storia. Quando una comunità perde il senso del doverecollettivo si crea un vuoto. E in quel vuoto entra sempre qualcuno. Il leader del momento. Quello che promette tutto senza chiedere nulla. Che dice ai cittadini ciò che vogliono sentirsi dire: che i sacrifici li facciano gli altri, che i diritti spettano a tutti ma i doveri a nessuno. È successo a Roma. Sta succedendo a noi. I sardi hanno una parola per questo. Una sola, antica, che dice tutto: Forza Paris. Forza insieme. Non forza mia, non forza tua. Insieme. È sempre stata la risposta giusta. Lo era allora. Lo è adesso. Aldo Moro lo aveva capito prima di tutti. Lasciò una frase sola, chirurgica,definitiva: «Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere». Lo disse decenni fa. Nessuno lo ascoltò abbastanza. I diritti sopravvivono solo se esiste una comunità disposta a sostenerli.

Buon 2 giugno. Viva la Repubblica. Forza Paris.

Pierpaolo Murgia

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