Dietro la crisi del diritto: l’analisi del 12 marzo
Di Antonello MenneIn questa stagione segnata dal protagonismo di leader politici sempre più inclini alla concentrazione del potere e dall’espansione di tecnologie algoritmiche capaci di incidere su diritti fondamentali e sulla vita democratica, parlare di regole e di diritto sembra talvolta apparire un esercizio sterile. Anche molti cultori del pensiero critico e del dialogo sembrano cedere al fascino dell’efficienza immediata che capi di Stato privi di scrupoli - e, per giunta, con a disposizione sistemi di intelligenza artificiale privi di un solido quadro etico e normativo - stanno imponendo al mondo.
Il conflitto che si va delineando è, in realtà, un conflitto classico nella storia delle istituzioni: quello tra forza e diritto, tra potere e legalità. È il conflitto tra la decisione immediata, concentrata nelle mani di pochi, e il sistema di regole, garanzie e controlli che costituisce l’essenza dello Stato di diritto. La stessa idea di democrazia costituzionale sembra oggi perdere terreno: vale a dire quel sistema di bilanciamenti e di limiti al potere pubblico che ha come finalità la tutela dei diritti individuali e la promozione del benessere collettivo.
La figura dell’“uomo solo al comando”, anche all’interno di ordinamenti formalmente democratici, non rappresenta certo una novità. Già nel corso del Novecento si sono affermate teorie secondo cui la diluizione della decisione all’interno di organi collegiali e procedure complesse rischierebbe di rallentare l’azione pubblica e di indebolire la capacità di governo delle comunità.
Da questa prospettiva discende l’idea che sarebbe preferibile ridurre gli spazi del confronto parlamentare e della deliberazione pubblica per concentrare la responsabilità decisionale nelle mani di un leader, ritenuto più capace di incarnare l’identità e gli interessi di un popolo.
Una simile tendenza richiama, sotto diversi aspetti, modelli precedenti all’affermazione dello Stato costituzionale moderno. Prima delle grandi rivoluzioni liberali - e in particolare prima della Rivoluzione francese - il sovrano era infatti concepito come titolare di un potere sostanzialmente sciolto dal diritto. A questo processo di progressiva erosione dei limiti giuridici al potere si affianca oggi un fenomeno ulteriore: l’accelerazione tecnologica. Lo sviluppo delle tecnologie digitali e dei sistemi di intelligenza artificiale, in larga parte guidato da grandi attori privati globali, sta producendo nuove forme di potere economico e tecnologico che spesso sfuggono ai tradizionali strumenti di regolazione giuridica. Le grandi piattaforme digitali e le imprese tecnologiche transnazionali sono ormai in grado di accumulare risorse economiche superiori a quelle di molti Stati e di imporre, di fatto unilateralmente, condizioni contrattuali che regolano l’uso di infrastrutture digitali fondamentali. Si tratta di strumenti che incidono direttamente su settori strategici quali la sicurezza delle comunicazioni, la gestione della sanità e l’organizzazione dei servizi pubblici. Allo stesso modo, l’espansione delle attività spaziali private sta aprendo scenari in cui l’occupazione delle orbite satellitari e delle infrastrutture di comunicazione nello spazio avviene spesso in assenza di un quadro giuridico internazionale.
Se già la comunità internazionale fatica a regolare spazi tradizionalmente sottratti alla sovranità statale, come le acque internazionali, è evidente quanto più complesso sia costruire un sistema di regole capace di governare lo spazio extra-atmosferico. È anche per questo che una parte delle nuove élite politiche ed economiche manifesta insofferenza nei confronti delle regole giuridiche e delle istituzioni del diritto internazionale.
A ben vedere la tradizione giuridica occidentale - dalle elaborazioni del diritto romano fino alla costruzione degli ordinamenti costituzionali moderni - ha dimostrato esattamente il contrario: solo il diritto è in grado di garantire stabilità politica, sicurezza dei rapporti sociali, tutela delle libertà individuali e sviluppo economico equilibrato. Rimettere il diritto al centro della vita pubblica significa difendere il canone della legalità, inteso come qualità dell’azione pubblica, rafforzare i meccanismi di controllo sul potere e riaffermare il valore universale dei diritti fondamentali. Significa, inoltre, riconoscere che la forza di una comunità politica non risiede nel predominio di pochi, ma nella capacità di riconoscere e valorizzare il talento, la dignità e l’identità di ogni individuo. Per questa ragione sarebbe opportuno promuovere una riflessione pubblica più ampia sul valore del diritto come fondamento della convivenza civile. Anche attraverso l’istituzione di una ricorrenza simbolica: una Giornata internazionale del diritto, dedicata a ricordare che libertà, democrazia e pace non sono mai conquiste definitive, ma risultati che devono essere costantemente difesi e rinnovati.
Antonello Menne
