Nell’accidentato percorso del nuovo stadio di Cagliari c’è una questione di incompatibilità fra interesse pubblico e privato. Il vecchio Sant’Elia era uno stadio comunale, interamente costruito con fondi pubblici. Inaugurato nel 1970 con 60mila posti, ristrutturato per i Mondiali del ’90, è stato poi progressivamente abbandonato, vittima di un menefreghismo pubblico che si è scontrato per anni con il desiderio di Massimo Cellino di rinnovarlo o di costruirsi altrove uno stadio di proprietà. Non ci riuscì.

Gli furono negate le autorizzazioni per realizzarlo in un’area adiacente all’aeroporto di Elmas. Vito Riggio, allora presidente dell’Enac, motivò il diniego con il rischio di sovraccaricare la strada di accesso allo scalo. Ma a pesare fu soprattutto l'ostracismo politico. Però, fra pochi giorni, quella stessa strada sarà percorsa ogni giorno da centinaia di auto dirette a un nuovo centro commerciale. Evidentemente molto più compatibile con l'aeroporto.

Il primo progetto di Giulini prevedeva un nuovo Sant'Elia da 25mila posti. Ma per il Comune ne servivano 30mila, così da renderlo idoneo a ospitare eventi internazionali. Da qui un aumento abnorme dei costi previsti, la necessità del contributo pubblico per un sodalizio difficile da gestire, tra comune e privato. Le alternative, però, quali erano? Il Comune poteva permettersi uno stadio nuovo, interamente a proprie spese? No. Il Cagliari, liberato dai vincoli pubblici, probabilmente sì. Le polemiche dell’ultim’ora potranno modificare qualche fuga in avanti. Ma non la sostanza.

Bepi Anziani

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