Nel 2026, Stati Uniti e Cina sono le due principali potenze mondiali. Gli Stati Uniti hanno ancora un primato chiaro sul piano finanziario e militare, mentre la Cina domina a livello commerciale e industriale. In numerosi settori della competizione tecnologica, come l’intelligenza artificiale, gli altri attori globali seguono a lunga distanza da Washington e Pechino. Eppure, Stati Uniti e Cina sono accomunati anche da alcune debolezze sul piano interno.

Gli Stati Uniti di Trump, oltre alla nuova strategia di sicurezza nazionale incentrata sull’emisfero occidentale, con conseguenze nei rapporti con gli alleati americani ed europei, hanno teorizzato l’importanza per le forze armate di concentrarsi sul “nemico interno”. Questa visione è stata esposta qualche mese fa da Trump a Quantico, alla presenza di centinaia di generali e membri degli apparati di sicurezza. Le azioni dell’ICE indicano questa pericolosa torsione, come mostrano i tragici eventi di Minneapolis.

Si potrebbe sostenere che la dialettica, anche aspra, tra governo federale e Stati sia parte della storia americana. Nell’epoca di Trump sembra esserci qualcosa di più, con lo sfaldamento della convivenza civile che sfocia in anarchia e l’immediata volontà dei rappresentanti del governo di condannare le vittime. Così emergono contraddizioni interne allo stesso movimento di Trump, in un vero cortocircuito politico.

Un esempio è l’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis: armato perché dotato di regolare permesso, il caso ha visto i produttori di armi, storici alleati dei Repubblicani, rivoltarsi contro l’amministrazione Trump, difendendo il diritto all’autodifesa ma anche alla protesta dei manifestanti. L’America si interroga così sulla tenuta del proprio tessuto sociale.

A Pechino, la divisione emerge dalla situazione nei palazzi del potere del Partito Comunista Cinese. La purga del generale Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione Militare Centrale, rappresenta uno shock significativo per il sistema cinese. Non si tratta di un semplice ufficiale, ma di una figura di grande esperienza militare, a fine carriera e molto vicina a Xi Jinping.

Secondo l’analisi di Jon Czin, Xi Jinping ha iniziato col colpire i suoi nemici, poi i collaboratori e ora anche i suoi amici. Le motivazioni dell’epurazione vanno oltre la lotta alla corruzione e hanno suscitato accuse molto pesanti, tra cui quella – forse esagerata – di rivelazione di segreti nucleari agli Stati Uniti. Inoltre, non è stato colpito solo Zhang Youxia: si è verificata una sostanziale decapitazione della leadership militare, compresi il capo di stato maggiore Liu Zhenli e vari vertici della forza missilistica.

La Commissione Militare Centrale, elemento essenziale del potere cinese, risulta ora in parte scoperta. Probabilmente Xi Jinping mira a costruire un apparato militare meno esperto ma più fedele, una scelta che però produce un vuoto di potere operativo.

I sistemi politici di Stati Uniti e Cina sono molto diversi, ma negli ultimi anni si osserva una convergenza sempre più evidente. In passato questa convergenza si è manifestata nell’uso di strumenti simili di politica industriale e intervento pubblico, come dimostrano gli investimenti del governo statunitense in aziende minerarie, ispirati al modello cinese.

In questo passaggio storico caotico, una somiglianza ulteriore tra Stati Uniti e Cina riguarda la ricerca del nemico interno. Trump tenta di piegare le istituzioni democratiche e militari contro i suoi oppositori, arrivando a trattare alcune città come territori ostili. Xi Jinping, dall’altro lato, smantella le gerarchie da lui stesso costruite per prevenire qualsiasi sfida alla propria autorità, anche a costo di indebolire la Cina. Esistono forti elementi per ritenere che questa corsa al nemico interno contribuisca ad alimentare il caos globale attuale.

Alessandro Aresu – Consigliere scientifico di Limes

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