Contro la piaga degli incendi
Di Antonello MenneOgni estate ci ritroviamo prigionieri dello stesso incubo. Le fiamme divorano boschi, campagne, aziende agricole e interi ecosistemi, lasciando dietro di sé un paesaggio devastato e comunità segnate da perdite spesso irreparabili. È un rito tragico che si ripete con una puntualità inquietante e che ormai non riguarda più soltanto alcuni territori tradizionalmente esposti al rischio, ma interessa un numero crescente di Paesi europei.
La Sardegna conosce questa ferita da sempre. La piaga degli incendi ha radici profonde, quasi secolari. Sono cambiati governi, modelli economici e stili di vita, ma all'inizio di ogni estate gli incendi sembrano ancora un evento inevitabile, come se facessero parte dell'ordine naturale delle cose. Eppure non è così.
Le immagini provenienti dalla Spagna, da Creta, dalla Francia e da altre aree del continente dimostrano che il fenomeno ha ormai assunto una dimensione europea. Non è un caso che il 26 marzo 2026 la Commissione europea abbia dedicato al tema una specifica comunicazione al Parlamento europeo, riconoscendo la gravità della situazione.
Il documento descrive gli incendi boschivi come una delle principali minacce per l'Unione europea, capace di provocare danni enormi alla società, all'economia, all'ambiente, al clima, alle infrastrutture e perfino al patrimonio culturale. Il prezzo umano è incalcolabile.
Vite spezzate, mezzi di sussistenza distrutti, salute pubblica compromessa dal degrado degli ecosistemi e dal peggioramento della qualità dell'aria. A ciò si aggiungono le conseguenze sull'agricoltura, sulla silvicoltura e sulla sicurezza alimentare locale. I danni economici alle proprietà e alle infrastrutture sono stimati in circa 2,5 miliardi di euro ogni anno.
La conclusione della Commissione è netta: ridurre il rischio di incendi non rappresenta soltanto una priorità ambientale, ma una condizione essenziale per la resilienza e la competitività dell'Europa. Per questo servono investimenti molto più consistenti nella prevenzione.
Le soluzioni indicate sono altrettanto chiare: gestione attiva e sostenibile del territorio, ripristino degli ecosistemi, coinvolgimento degli agricoltori, dei silvicoltori e delle comunità rurali. A queste si aggiunge il rafforzamento dei sistemi di allerta precoce, del monitoraggio, della modellizzazione del comportamento del fuoco e della valutazione del rischio attraverso strumenti avanzati, come la mappatura della vegetazione ad alta risoluzione. La Commissione si impegna inoltre a sostenere gli Stati membri sviluppando sistemi comuni di previsione e potenziando la piattaforma europea EFFIS.
C'è però un passaggio del documento che colpisce più di ogni altro. Bruxelles riconosce apertamente che gli Stati membri sono in ritardo nell'attuazione delle politiche di prevenzione e di contrasto. È una vera e propria ammissione di responsabilità: gli strumenti esistono, le conoscenze scientifiche sono disponibili, la cooperazione europea è possibile, ma tutto questo non si traduce ancora in un'azione efficace.
È questa la ragione per cui, estate dopo estate, continuiamo ad assistere allo stesso dramma. Non siamo di fronte a una calamità inevitabile, ma alle conseguenze di ritardi, insufficiente pianificazione e scarsa capacità di coordinamento tra gli Stati. Gli incendi non conoscono confini amministrativi o nazionali; richiedono strategie condivise, investimenti continui e una visione di lungo periodo.
L'Europa ha finalmente preso atto della dimensione del problema. Ora deve dimostrare di saper trasformare questa consapevolezza in politiche concrete. Perché ogni estate perduta significa nuovi boschi distrutti, nuove economie locali compromesse e un patrimonio naturale che, una volta ridotto in cenere, richiede decenni per rinascere.
Antonello Menne
