Battersi per i diritti, l’esempio di Emma Bonino
Di Antonello MenneEmma Bonino, protagonista in prima linea per i diritti. È questa, in sintesi, la formula scelta dalla stampa per raccontarne la scomparsa. Una donna interamente dedicata alla cosa pubblica, fin dagli anni della giovinezza, protagonista di una lunga stagione politica e civile. I suoi incarichi, le sue iniziative e le sue battaglie sono stati ricordati insieme all’impegno per l’emancipazione femminile, per i diritti universali e per l’idea europea: dalla promozione della Corte penale internazionale alla battaglia alle Nazioni Unite per la moratoria sulla pena di morte.
E poi ancora la fondazione di “Non c’è pace senza giustizia” e l’impegno contro le mutilazioni genitali femminili.
Ma c’è un aspetto che merita una riflessione ulteriore. Quasi tutti hanno sottolineato il suo essersi spesa per il primato del diritto e dei diritti, come se questa fosse una caratteristica straordinaria, quasi un’eccezione nel panorama della politica italiana e internazionale. Eppure, non dovrebbe esserlo. Ogni politico, soprattutto attraverso l’attività legislativa, è chiamato a concorrere alla creazione del diritto e alla sua concreta attuazione.
Battersi per i diritti non è dunque una virtù accessoria, né una scelta riservata a pochi idealisti: è parte essenziale del mandato ricevuto dagli elettori.
È proprio qui che l’esempio di Emma Bonino acquista un valore che va oltre la sua storia personale e oltre gli schieramenti politici. Le sue battaglie hanno avuto come riferimento i diritti fondamentali della persona, i trattati internazionali, le convenzioni e, per l’Italia, la Costituzione. Non un’ideologia da contrapporre a un’altra, dunque, ma un insieme di principi da tradurre nella vita concreta delle istituzioni.
Questo dovrebbe essere il faro di chiunque scelga di entrare nella cosa pubblica. Dal più piccolo comune fino al Parlamento, rappresentare una comunità significa assumere un mandato preciso: lavorare perché i diritti siano riconosciuti, garantiti e aggiornati alle trasformazioni della società. Significa difendere i più deboli, la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, il diritto al lavoro come fonte di dignità personale e familiare, la parità di trattamento e il principio di non discriminazione. Significa affermare il primato della persona, prima ancora che del cittadino, del ruolo sociale o della posizione occupata.
La nostra Costituzione indica con chiarezza questa direzione: la persona non vale in ragione della propria collocazione sociale, economica o territoriale. Vale in quanto persona. Ed è proprio per questo che deve essere tutelata senza privilegi, esclusioni o discriminazioni.
L’eredità politica di Emma Bonino, allora, non dovrebbe tradursi nella celebrazione di una figura irripetibile. Dovrebbe diventare una domanda rivolta a chi oggi e domani assume responsabilità pubbliche: state facendo fino in fondo il vostro dovere? Chi usa le istituzioni per difendere privilegi di pochi, per approvare norme costruite su interessi personali o per ostacolare riforme necessarie dovrebbe porsi seriamente questa domanda. Perché il mandato degli elettori non consiste nell’occupare una posizione di potere, ma nel servire la comunità e rendere effettivi i diritti.
Allora, per il futuro, non ci resta che augurarci una scena pubblica occupata da tanti protagonisti in prima linea per i diritti. Dovrebbe essere semplicemente la normalità.
Antonello Menne
