Le dimensioni dell’incredibile batosta ricevuta ieri notte da Donald Trump, alle elezioni di Midterm, vanno oltre la singola ondata generalizzata. Hanno vinto i blu, ovvero i democratici. Hanno perso i rossi, ovvero i repubblicani. Ma dentro questi risultati ci sono delle storie attraverso le quali è possibile comprendere la portata storica di quello che stiamo vedendo.

Prima del voto di ieri, soltanto quattro elezioni di Midterm avevano provocato il passaggio contemporaneo di Camera e Senato da un partito all’altro. La prima volta fu nel 1946, la seconda volta nel 1954, la terza volta 1994 e la quarta volta nel 2006. I repubblicani hanno poi perso seggi, al Senato, in alcuni stati importanti, come Texas, Kansas, Iowa, South Carolina, North Carolina, Ohio e Maine, e in alcuni di questi stati Trump, nel 2024, aveva vinto con margini superiori ai dieci punti (James Talarico, il democratico che ha conquistato il seggio in Texas, è il primo democratico a vincere un’elezione per il Senato federale in Texas dal 1988).

Trump ha perso perché l’economia non è andata nella direzione promessa dal presidente americano, non per ciò che riguarda la crescita (ancora alta), l’occupazione (ancora elevata), ma per ciò che riguarda l'inflazione e il costo della vita. E il dato interessante che emerge dai primi dati delle elezioni americane è che buona parte degli elettori si è presentata ai seggi votando per ragioni che riguardano il proprio portafoglio.

Secondo l’AP Voter Poll, circa quattro elettori su dieci hanno indicato l’economia come problema principale del Paese. E buona parte di questi elettori ha votato contro Trump anche per ribellarsi agli effetti generati dalle politiche basate sui dazi, che al momento hanno avuto come impatto prioritario quello di far aumentare i prezzi di alcuni beni negli Stati Uniti (prima di Trump, l’inflazione era al tre per cento, oggi l'inflazione è al 3,7 per cento: non è solo colpa di Trump, ma avendo Trump educato gli elettori a considerare un presidente responsabile del carovita, gli elettori lo hanno preso in parola).

La batosta di Trump ci dice molto sulla crisi del progetto Maga, del Make America Great Again. Ci dice molto sull’incapacità di Trump di raggiungere i risultati sperati e promessi. Ci dice però poco su quale sia la ricetta futura per diventare alternativi all’agenda Trump. I progressisti di tutto il mondo, giustamente, si sono rallegrati per la sconfitta di Trump e con una certa foga tutti gli antitrumpiani del mondo si stanno affrettando a dire: avevamo ragione noi. Lo dicono i campioni della sinistra radicale, che invitano a guardare il voto in Michigan, con il candidato democratico al Senato Abdul El-Sayed, interprete di un'idea di sinistra tutt'altro che moderata, che si è affermato con un buon risultato (anche se nello stesso giorno la candidata a governatrice Jocelyn Benson, democratica anche lei, ha ottenuto sempre in Michigan un risultato migliore del candidato al Senato Abdul El-Sayed).

Lo dicono i campioni della sinistra europea, come Pedro Sánchez, che invitano a considerare tutte le destre presenti in giro per l'Europa pericolose come la destra trumpiana, e per questo dunque da punire.

È facile dire chi abbia perso in America, meno facile dire quale profilo abbia vinto. E in questo senso sarà interessante nei prossimi mesi vedere quali partiti in Europa, e non solo in Italia, faranno qualcosa per presentarsi alle elezioni prossime venture provando a togliersi di dosso il bollino del trumpismo. Nei prossimi mesi, lo sappiamo, in Europa si vota in Spagna, in Italia, in Polonia, in Finlandia. La destra, un tempo trumpiana, cosa farà per provare a scrivere una stagione alternativa a quella trumpiana?

Il referendum su se stesso, Trump, lo ha perso malamente. Il referendum sui trumpiani, nei prossimi mesi, potrebbe avere dimensioni simili, sempre che ci sia qualcuno, dall’altra parte, in grado di sfruttare l'onda blu che dall’America potrebbe superare l’oceano e fare un giretto in Europa.

Claudio Cerasa

© Riproduzione riservata