Ed ecco, ci risiamo: sembrerebbe che Donald Trump abbia in animo di reintrodurre aliquote tra il 10% e il 12,5% in danno di ben sessanta Paesi partner, visto e considerato che venerdì scorso a mezzanotte sono andati a scadere i dazi temporanei al 10% imposti su scala mondiale. Insomma. Non è bastata la bocciatura subita a febbraio da parte della Corte Suprema in relazione ai precedenti dazi, e poco sembra importargli (perlomeno così vorrebbe far credere) se l’indice di gradimento verso la sua Presidenza si attesti ai minimi (per non voler dire che sia proprio raso terra).

E mentre, con buona probabilità, la guerra con un Iran inaspettatamente resistente potrebbe segnare la sua debacle politica in occasione del prossimo voto di medio termine e non solo, pur tuttavia, l’oramai attempato ottantenne Tycoon, vorrebbe imporre una ulteriore offensiva di carattere commerciale per difendere gli interessi nazionali del suo Paese. Ammesso e probabilmente non concesso che effettivamente gli interessi del Paese stia facendo. Questione di punti di vista si potrebbe esclamare. Ma tant’è. Se la sua “cifra” politica potesse sussumersi in un adagio latino, questo sarebbe il cosiddetto “divide et impera”, e, di conseguenza, ci sarebbe da attendersi che la Casa Bianca, in una ottica tanto miope quanto atecnica, possa tentare di colpire singoli Stati Membri dell’Unione Europea con ritorsioni soggettivamente orientate.

Intanto Hormuz resta chiuso con tutto ciò che ne consegue su larga scala. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sembra essersi passati da una visione per così dire plurilaterale della politica commerciale americana, a un approccio pericolosamente bilaterale, transazionale e conflittuale, quale diretta espressione di una sintesi tra una visione economica soggettivamente orientata di cui lui probabilmente ritiene di essere “maestro” e una certa dose di non curanza dei potenziali, e non sempre calibrati, effetti pratici. Se questo è l’agire dell’alleato americano, allora probabilmente potrebbe non essere sbagliato per il restante occidente esclamare “dagli amici mi guardi Dio che ai nemici ci penso io”.

Occorre rispondere al miope nazionalismo convulsivo di Donald Trump con la diversificazione dei mercati e la massima tutela e il rafforzamento del libero scambio regolato da norme multilaterali fondato sul diritto internazionale e sulla reciprocità. Forse la risposta migliore agli Stati Uniti di Donald Trump, potrebbero essere, finalmente, gli Stati Uniti d’Europa attraverso la elaborazione e la condivisione di una inedita cultura politica che possa rendere effettivamente concreta l’ipotesi di una reale centralizzazione del potere. L’Unione Europea, dovrebbe porre in essere politiche dirette a valorizzare la ricchezza rappresentata dalle singole identità nazionali, trasformando le diversità esistenti tra gli Stati membri in un punto di forza. Una vera integrazione sinergica europea dovrebbe porsi quale obiettivo preminente la esaltazione delle peculiarità di ogni nazione, coordinandole nel contesto di una visione strategica condivisa. Tanto più allorquando il nuovo ordine mondiale sembra fondarsi su un sistema multipolare nel quale Cina, Stati Uniti, Russia e altre potenze per così dire regionali si impegnano costantemente a ridefinire gli equilibri strategici assecondando procedure dinamiche estremamente competitive e contrapposte alla staticità dei meccanismi che regolano il Vecchio Continente. Ed ancor di più allorquando, l’Unione Europea, appaia invero sprovvista di una impostazione geopolitica utile e funzionale nell’ottica di tradurre il proprio valore economico in influenza diplomatica. Occorre reagire anche ripensando al sistema delle alleanze.

Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro

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