Luca Camboni, uno chef di Bari Sardo alla “corte” di Davos: «I miei piatti per i grandi della Terra»
Trentasei anni, da tredici vive a Londra dove è cuoco privato: «Il mio sardinian touch? Merito di zia Pina e nonna Angela, da loro ho imparato tutto»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Dalla Sardegna al numero 10 di Downing Street, passando per Buckingham Palace, gli Stati Uniti e adesso il quartier generale dei grandi della Terra: il World Economic Forum di Davos in Svizzera. Luca Camboni, di Bari Sardo, 36 anni, ne aveva 23 quando ha lasciato l'Isola per emigrare a Londra e cercare fortuna nel settore che più lo appassionava, la cucina. E la tanto agognata fortuna, l'ha trovata: oggi è chef privato e proprietario di LC Global Solutions Ltd, azienda che si occupa di eventi e catering "luxury", ma è anche food consultant di diversi ristoranti sparsi per il pianeta, da New York ai Caraibi, oltre che imprenditore attivo nell'importazione di prodotti sardi. Quest’anno, per la seconda volta consecutiva, è con la sua squadra a Davos, a cucinare per le donne e gli uomini più potenti del mondo, come racconta al telefono, cedendo ogni tanto a qualche “english expression”, la voce che si staglia su un gran sferragliare di stoviglie e posate.
Luca Camboni, da quanto tempo è in Svizzera?
«Sono qui da una settimana, giorni di non-stop working. Ma per fortuna manca poco, è quasi finita».
Per chi ha cucinato finora?
«È un viavai continuo: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, l’israeliano Isaac Herzog, il premier indiano Narendra Modi, e poi i leader di Romania, Scandinavia, Somalia. Due giorni fa ho realizzato una cena per 25 presidenti e 75 primi ministri. A tavola c’era anche Eric Trump, il figlio terzogenito del presidente americano».
E Donald, lo ha visto?
«Impossibile avvicinarlo, né lui né altri capi di Stato e di governo. Il livello di sicurezza attorno a loro è altissimo. Però ho intercettato la famosa Bestia, la limousine presidenziale con il suo lungo corteo nero».
Che aria si respira a Davos?
«Quando riesco a uscire dalla cucina, sembra di essere in un film. Gli agenti di sicurezza sono ovunque, bisogna muoversi con grande attenzione. La città è come un intero mondo in miniatura: negozi e hotel sono stati trasformati in una casa diplomatica, ciascuna per ogni Stato. È qualcosa di pazzesco».
Ricette sarde nei suoi menù?
«In questa sede propongo una cucina internazionale e sono specializzato in cucina ebraica kosher. Ma il mio “sardinian touch” è ovunque. Basti pensare che quando non riuscivo più a procurarmi la bottarga, causa Brexit, ho deciso di creare una mia versione inglese. L’ho chiamata Atlantic Roe».
E agli inglesi piace?
«Moltissimo. Da tanti anni cucino nelle loro case, persino nella “casa reale” per eccellenza. Ho avuto l’onore di mettermi alla prova a Buckingham Palace per la Regina Elisabetta, il principe e ora Re Carlo, e anche gli ex premier Boris Johnson e Theresa May».
La richiesta più particolare che le ha fatto un cliente?
«Cucinare un maialetto sul barbecue. Mi avevano detto che pesava 6-7 chili, e invece ne pesava ben 21. Ho dovuto tirare fuori tutte le mie “sardinian skill”».
Si sente mai a un “pressure test”?
«La cosa più simile alla peggiore sfida di Masterchef sono i “last minute meeting”: buffet ogni volta diversi, per centinaia di persone, da ideare e organizzare in pochissimo tempo».
Chi le ha trasmesso l’amore per la cucina?
«La mia passione è nata in Sardegna, ovviamente, grazie alla zia Pina. Per questo è a lei che ho dedicato una pizzeria, nel nord di Londra: nel menù, tra una caprese e una margherita, non mancano culurgiones, ravioli di ricotta, seadas al miele. E poi la nonna Angela, che dà il nome a una zuppa che me la ricorda e che, garantisco, conforta e scalda il cuore a ogni cucchiaiata».
