Le bombole e il corridoio sbagliato: ecco come sono morti i sub alle Maldive
Da quanto emerso finora la tragedia sembrerebbe determinata da una sottovalutazione dei rischi nell'escursione in una grotta «complessa e profonda»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Le bombole, le attrezzature, il corridoio sbagliato. Conclusa la missione di recupero dei corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddeenino e Federico Gualtieri, si ha un quadro più chiaro della tragedia di Dekunu Kandu alle Maldive. Sarà però l'inchiesta aperta dalla procura di Roma a provare ad unire i punti: elementi in più arriveranno dagli esiti delle autopsie dei cinque sub morti, in programma la prossima settimana, ma anche dall'analisi dell'attrezzatura che avevano nell'immersione (muta, bombole, telecamera go-pro, luci, computer, ecc) e dei telefonini, pc, chiavette, hard disk, che avevano lasciato sulla Duke of York. Questi ultimi oggetti sono stati già riportati in Italia da uno dei colleghi della professoressa Montefalcone e sono stati sequestrati dalla squadra mobile di Genova.
Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist si sono immersi oggi per il quarto e ultimo giorno. Sono entrati di nuovo nella grotta per raccogliere tutto il materiale lasciato nei giorni precedenti. Sono quindi stati sentiti dalle autorità maldiviane che stanno indagando. La loro testimonianza potrebbe anche essere acquisita dai magistrati romani. Difficile prevedere se alla fine emergeranno responsabilità.
Da quanto emerso finora la tragedia sembrerebbe determinata da una sottovalutazione dei rischi dell'escursione in quella che Laura Marroni, la ceo di Dan Europe, l'organizzazione che ha inviato il team di recupero, definisce «una grotta complessa e profonda, la cui penetrazione richiede esperienza e attrezzatura adeguata». Una grotta che verosimilmente non si poteva visitare in tutta la sua ampiezza, due ampie camere divise da uno stretto corridoio di 30 metri, con addosso bombole di 12 litri come quelle che avevano i 5 italiani. Nella seconda camera la grotta scende fino a 60 metri. «A quelle profondità - spiega Marroni - si ha un'autonomia di 10-12 minuti con quel tipo di bombole».
LA RICOSTRUZIONE – I cinque italiani, dopo la caverna esterna, quella collegata col mare, hanno imboccato il corridoio - largo tre metri, alto circa un metro e mezzo e lungo 30 - e sono entrati nella seconda camera. Qui probabilmente hanno tentato di tornare indietro per lo stesso corridoio il cui ingresso però, per un effetto ottico causato anche dalla sabbia presente, visto dall'ambiente più basso non sembra una via di uscita; ne hanno quindi imboccato un altro a sinistra. E' stata la scelta fatale: si trattava infatti di un cunicolo chiuso dal quale i 4 non sono più riusciti a tornare indietro (la guida, Gianluca Benedetti, era stata trovata nel primo ambiente, forse era riuscito a trovare la via giusta ma troppo tardi). Lì, uno vicino all'altro, li ha trovati il team di subspeleologi della Dan. Che per tentare il recupero si erano muniti di equipaggiamenti ben più 'pesanti': dal 'rebreather', sistema che consente di stare sott'acqua oltre 5 ore, agli scooter subacquei, alla sagola, il filo d'Arianna da fissare sulle pareti della grotta e fondamentale per trovare la via d'uscita. Non è chiaro se la spedizione italiana lo avesse. I sub finlandesi hanno trovato sagole alle pareti ma potrebbero essere state fissate dai sub maldiviani che si sono immersi per recuperare i corpi prima di loro.
Laura Marroni non si sbilancia su un'eventuale sottovalutazione dei rischi da parte dei cinque italiani, ma mette in guardia dal fenomeno dell'"overconfidence". Si tratta dell'eccesso di sicurezza che le persone più esperte a volte hanno e che li porta a non considerare adeguatamente i pericoli di quello che stanno facendo.
(Unioneonline)
