La regola negoziale secondo Donald Trump: quale futuro per Hormuz e l’Europa?
Dopo mesi di guerra e trattative a singhiozzo, il blocco dello Stretto continua a colpire l’economia mondiale, in particolare quella del Vecchio Continente. E non si intravede una via d’uscita(Ansa)
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Calmierare i prezzi dell’energia e del gas resta a tutt’oggi la priorità. E su questo innanzitutto i governi europei dovrebbero essere risolutivi nel ricercare l’interesse comune. Ma, se Mister President, proprio in limine allo scadere della tregua con l’Iran, ha potuto minacciare di dichiarare lo Stretto di Hormuz "territorio degli Stati Uniti" una volta sconfitto il nemico, allora, forse, c’è da stare poco tranquilli.
Anche perché il Viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha risposto con immediatezza che “lo Stretto di Hormuz non si conquista con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale”, ed ha aggiunto che “l’Iran non teme le minacce, né si inchina di fronte alle dimostrazioni di forza”. Insomma, un modo più che diretto per replicare che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.
Ma non è la dichiarazione di Donald Trump in sé e per sé, dal sapore quasi infantile, a destare preoccupazione, quanto il sottointeso che riflette visto il riscontro da subito ottenuto. Per essere chiari, che dopo mesi di altalenanti e defatiganti trattative con l’Iran, Donald Trump potrebbe trovarsi, ora come allora (28 febbraio 2026), in un perfetto “cul de sac”. E già. Per annunciare un intendimento basta poco, per portarlo a realizzazione non proprio. E intanto, come si suol dire, “paga pantalone”, visto che lo Stretto di Hormuz, non ha smesso di essere un punto di passaggio strategico e uno snodo fondamentale per il commercio globale di petrolio e gas (collega infatti il Golfo Persico con il Golfo di Oman e il Mar Arabico) il cui costo è a dir poco lievitato con aggravio importante di spesa per i cittadini italiani ed europei.
L’Unione Europea si è trovata di punto in bianco a dover fronteggiare, del tutto impreparata, tutte le incognite della sicurezza energetica e delle rotte commerciali e ancora oggi fatica a trovare una linea comune. Il Presidente Emmanuel Macron non ha esitato a definire fin da principio l’intervento armato al di fuori del diritto internazionale, ma resta il fatto che Washington e Teheran sono indiscutibilmente due realtà contrapposte, oggi in conflitto per iniziativa improvvisa israelo-statunitense, quasi senza comunicare fino in fondo il perché e il per come, visto e considerato che il Tycoon ha cambiato linea “ogni tre per due” tra negoziato, pericolo nucleare e cambio di regime.
Obiettivi, che dopo circa sei mesi di conflitto appaiono comunque mancati a riprova del duplice fatto che l’uso della forza militare non può costituire la “clava” attraverso la quale trasformare una società, un regime estremamente complesso e delicato quale appunto quello iraniano, e che la tanto decantata supremazia militare statunitense sia stata probabilmente sopravvalutata. Diversamente da quanto inizialmente programmato da Donald Trump nessuna “resa incondizionata” è intervenuta, e il negoziato (che sarebbe interpretato come una sconfitta per il Tycoon) appare ancora di difficile definizione anche in considerazione delle sue potenziali conseguenze politiche in vista delle prossime “Midterm Elections”.
Peraltro, proprio questo stesso conflitto tra USA e Iran, al di la delle pesanti conseguenze di ordine strategico ed economico, rischia di implementare i flussi migratori verso le coste europee con ogni conseguente problematica riconducibile al Paese di primo approdo. Quindi sulle conseguenze del conflitto occorre indirizzare l’attenzione e le iniziative degli Stati Europei, Italia in primis. Questa è la priorità. E’ necessario che l’Unione Europea, di cui l’Italia è parte fondamentale, rivendichi unanimemente la propria contrarietà rispetto al conflitto israelo-statunitense/iraniano per proporsi quale potenza diplomatica di mediazione in grado di ristabilire l’ordine internazionale violato e riportare la situazione, per quanto possibile, allo status quo ante. Occorre ristabilire le priorità, perché qualsiasi blocco ulteriormente prolungato può avere conseguenze non più gestibili sui prezzi del greggio e sulla sicurezza degli approvvigionamenti internazionali.
Giuseppina Di Salvatore
Avvocato, Nuoro
