Per ora il convoglio umanitario si trova a 45 chilometri da Sirte, in Libia, mentre il confine con la Cirenaica è di soli nove chilometri. In questo contesto, Filippo Boi, fotografo guspinese di 35 anni, ha scelto di raccontare con le immagini ciò che accade lungo la rotta umanitaria: con lui centinaia di volontari accampati nel deserto tra caldo, vento e bandiere palestinesi che sventolano. Tutti aspettano il via libera per oltrepassare il limite di stato ed entrare nella Libia orientale, primo passo di una missione che punta ad arrivare fino a Gaza.

«Siamo fermi qui da cinque giorni – racconta –. La situazione è in continua evoluzione e ogni giorno cambiano regole e autorizzazioni». A quasi quattromila chilometri da casa, Boi è l’unico sardo presente nella missione internazionale via terra composta da decine e decine di convogli e attivisti provenienti da tutto il mondo: Europa, Stati Uniti, Sud America e Asia. «Ci sono persone dall’Argentina, dall’Uruguay, dalla Cina, dall’Indonesia. Una mobilitazione enorme per questa causa», racconta. Ora aspettano il via libera per proseguire il viaggio. «Prima entreremo nella Libia orientale, poi ci sarà il passaggio verso l’Egitto e, infine, Gaza». Dal punto di vista della sicurezza, spiega, «siamo a pochi chilometri dal confine e al momento siamo tranquilli».

Fotografo professionista specializzato in concerti e reportage sociali, Boi segue da tempo il movimento nato attorno alle missioni umanitarie verso Gaza. «Ho iniziato seguendo la missione dello scorso anno. Avevo fotografato la partenza dell’altro attivista sardo, Marco Loi, e da lì ho continuato ad informarmi e a seguire tutte le manifestazioni legate a questa causa. Quando si è presentata l’occasione ho sentito che dovevo esserci e mi sono candidato come fotografo».

Con sé ha un’attrezzatura fotografica essenziale. «Ho portato con me una mirrorless Sony A6000 perché è leggera e perché, nel caso succedesse qualcosa, il danno economico sarebbe limitato. Qui serve soprattutto praticità». Gli scatti realizzati durante il viaggio «che comunque sono di qualità», ammette, vengono caricati appena possibile tramite collegamenti satellitari e condivisi sui canali della missione. Per le comunicazioni, tuttavia, non è semplice. «Le connessioni funzionano a tratti e per riuscire a fare una telefonata ci vuole tanta fortuna. Abbiamo una connessione Starlink ma il segnale non è stabile, cambia di giorno in giorno e in alcuni momenti siamo isolati. Abbiamo anche preso delle sim locali, ma qui il segnale telefonico spesso non arriva proprio».

La missione trasporta aiuti umanitari, materiale medico, ambulanze e perfino case mobili. Le condizioni nel campo improvvisato non sono semplici: temperature elevate durante il giorno, freddo intenso di notte e comunicazioni difficili. «Siamo accampati in mezzo al deserto. Di giorno si sfiorano i 38 gradi ma la notte la temperatura scende drasticamente: un’escursione termica pazzesca. Siamo inoltre vicino al mare e in più, il maestrale, quando soffia, rende le notti molto fredde».

Nonostante le difficoltà, Boi racconta un clima di forte solidarietà tra i volontari. «L’organizzazione è impeccabile: si occupa di tutto, dal cibo all’acqua». Tra difficoltà logistiche e comunicazioni intermittenti, il guspinese mantiene lucidità e determinazione: «Se sono qui è perché credo profondamente in questa missione. Il nostro obiettivo resta sempre quello di arrivare a Gaza e documentare ciò che sta accadendo». E anche da Guspini il sostegno non manca. Il padre Fausto segue con apprensione ogni aggiornamento del figlio: «Sono orgoglioso di lui e ammiro il suo coraggio. Sta facendo qualcosa di importante, mettendosi a disposizione degli altri in una situazione difficilissima».

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