“La nostra priorità è porre fine alla guerra” ha detto Volodymyr Zelensky, aggiungendo di essere “pronto a negoziare direttamente con Putin per porre fine a (lla) guerra”, “piuttosto che stare in fila ad aspettare che tutti risolvano i conflitti del mondo, e poi tocchi a (loro)”.

Parole chiare, certo, che tutto considerato, a distanza di ben quattro anni dall’inizio del conflitto, parrebbero non avere alcun decisivo effetto impattante e/o alcuna forza efficiente. Sembrerebbero riflettere, piuttosto, l’idea di un qualcosa che giunge da lontano, da un contesto non più attuale e stringente. E magari, proprio tra le righe di quelle parole, sembrerebbe leggersi tutta la preoccupazione per il “pregiudizio” (se si consente l’espressione) patito (se davvero si fosse patito) a cagione dell’impegno dell’Occidente contro l’Iran, che, in buona sostanza, distrarrebbe le armi statunitensi verso il Golfo Persico per intenderci. Dal canto suo, e per converso, Vladimir Putin parrebbe comunque essersi detto disponibile a riconoscere all’Unione Europea un qualche ruolo nella risoluzione del conflitto, fermo restando che siffatta “assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage”. Peraltro, lo stesso Vladimir Putin, avrebbe precisato di non essere “contrari (o) all’adesione dell’Ucraina all’Ue, ma … al fatto che la Ue diventi un blocco militare”. Insomma, in fondo, nulla di nuovo sotto il sole.

Volendo puntualizzare la circostanza, probabilmente, sotto il profilo squisitamente economico, l’ingresso di Kiev nell’Unione Europea sarebbe gravoso proprio per l’Italia e per il suo settore primario, trattandosi di un competitor agricolo che attirerebbe su di sé i fondi europei del settore. Sotto altro e differente profilo, inoltre, l’Unione Europea, allo stato, non rappresenta un unicum di intenti, e siffatta condizione “azzoppa” di per sé stessa, qualsivoglia iniziativa che, se nei fatti intrapresa, si propone come iniziativa di singoli Stati Membri vincolante solo ed unicamente per quelli.

Non è un caso che all’incontro di Londra tra Starmer, Macron, Merz e Zelensky mancasse proprio l’Italia stante il veto posto all’invio di truppe sui luoghi del conflitto. Se da siffatta assenza ne derivi un nocumento sul piano del prestigio internazionale, ad oggi pare difficile dirlo, ma di fatto, quella stessa assenza, segna una frattura profonda all’interno dell’Unione che non può che uscirne gravemente indebolita, ma non tanto per la propria inclinazione naturale alla non belligeranza, quanto, piuttosto, per l’evidente assenza di un organigramma compatto idoneo a dettare una unica linea direttrice che sia per tutti i ventisette Paesi Membri vincolante.

L’Italia, per quanto di ragione, patisce tutte le difficoltà del suo posizionamento ibrido sul piano internazionale, siccome “condizionata” (se si voglia consentire l’espressione) dalla vicinanza ideologica dell’attuale Governo alle politiche di Donald Trump e il sostegno sempre prestato a Kiev in linea con l’amministrazione Biden. Forse, sarebbe stato maggiormente coerente con l’interesse nazionale conservare una posizione neutrale assumendo un impegno diplomatico costante che le avrebbe garantito un maggiore imprinting sul piano negoziale. Così non è stato. Cambiata la guida alla Casa Bianca, e con essa, inevitabilmente pure l’ordine delle priorità, la chiusura dello Stretto di Hormuz con la grave crisi energetica globale che ne è derivata, all’attualità rappresenta la principale emergenza sul piano internazionale che ha lasciato dietro di sé ogni e qualsivoglia altra problematica di carattere geopolitico, Kiev compresa. E’ tempo di cambiamenti e l’Italia, ancor prima che l’Unione Europea, ed ancor prima che i suoi stessi potenziali alleati europei, non appare preparata ad affrontarli e/o ad affrontarli con la forza necessaria. Se interesse nazionale deve essere, allora che lo sia in tutto e per tutto.

Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro

© Riproduzione riservata