Con Donald Trump la cosiddetta politica del pendolo potrebbe aver trovato la sua espressione più tangibile: oscilla frequentemente, e con risultati poco condivisibili, tra differenti posizioni, alleanze o orientamenti contrapposti a seconda delle convenienze del momento, dell'equilibrio di potere o delle pressioni esterne.

Se si tratti di strategia ragionata è difficile dirlo e probabilmente non lo è nel lungo e medio termine. All’“improvviso” probabilmente è lo stacco temporale che più lo rappresenta. Martedì 3 novembre 2026, tuttavia, non arriva all’improvviso, e gli elettori americani saranno chiamati alle urne per rinnovare il Congresso federale. All’orizzonte di metà mandato ci sono i 435 seggi della Camera, i 35 del Senato e le 36 cariche di Governatore in altrettanti Stati. Ma non finisce certamente qui: il voto, comunque espresso, andrà inevitabilmente a cristallizzare un indice sul gradimento delle politiche di Donald Trump.

Una sua potenziale, quanto altamente probabile, sconfitta lo trasformerebbe in un “minus” proprio nei suoi ultimi due anni alla Casa Bianca. Allo scadere del suo mandato non potrà più candidarsi, si sa. Dicendolo più apertamente, e senza troppi giri di parole, il rischio concreto è che il Partito Repubblicano perda il controllo del Congresso. Conseguendone che laddove i democratici riuscissero ad ottenere la maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato, Donald Trump dovrebbe governare durante gli ultimi due anni del suo mandato con un Congresso fortemente controllato dall'opposizione. Ciò renderebbe assai difficile l'approvazione di determinate iniziative legislative e consentirebbe ai democratici di esercitare un controllo più intenso sull'Esecutivo.

Se poi sia probabile la destituzione dell’attuale inquilino della Casa Bianca, è complesso anche solo sostenerlo, tuttavia l’eventuale destituzione di Trump non comporterebbe automaticamente l’uscita di tutti i membri del suo Governo né l’accesso dei democratici alla Presidenza che verosimilmente passerebbe a J.D. Vance. Ciò che rileva è che questo secondo mandato di Donald Trump ha pesato e pesa come un macigno sulle storiche alleanze, italiana compresa, che generalmente negli anni parrebbero aver modulato financo le politiche interne in funzione delle oscillazioni di oltre oceano e che nel contesto contingente sembrerebbero aver condizionato l’instabilità economica e politico/internazionale. Potrebbe non essere erroneo sostenere che pure il Governo Meloni ha subito contraccolpi negativi dalla “amicizia” con l’attuale Presidente americano. Al punto, forse (la formula dubitativa si impone), che comprendere se lo stesso potrà essere riconfermato come auspicato da chi ha votato i partiti della sua maggioranza, non è affatto semplice.

Troppe sono le variabili non facilmente prevedibili: a titolo esemplificativo, la guerra in Ucraina rispetto alla quale non solo si è capovolta la prospettiva americana e con essa l’indirizzo politico, ma è gradualmente cresciuta anche nella popolazione italiana la contrarietà all’invio di ulteriori armamenti, la situazione socio-economica complessa che ha messo in crisi la quotidianità delle famiglie che incontrano sempre maggiori difficoltà ad arrivare a fine mese, la questione dell’immigrazione che in linea di massima, inevitabilmente, incide sulla sicurezza percepita e/o reale interna con costi più o meno evidenti e tangibili.

Paradossalmente, si potrebbe osservare che l’ipotesi di una crisi di governo è quasi impossibile, stante financo l’eredità di complicanze che l’attuale governo lascerebbe a quello prossimo che inizierebbe il suo mandato ad armi spuntate per così dire, e con una situazione internazionale in continua evoluzione. Peraltro, la leadership di Giorgia Meloni è ancora fuori discussione, e tanto la Lega quanto Forza Italia non trarrebbero alcun vantaggio concreto da un eventuale depotenziamento della Presidente del Consiglio dei Ministri.

L’imperativo categorico sembrerebbe essere quello relativo alla migliore gestione della situazione in Medio Oriente, rispetto al quale l’Italia, e con essa l’Europa, non può continuare a subire i condizionamenti della Presidenza degli Stati Uniti. Pace subito su ogni fronte di guerra e conflitto per riportare la stabilità politica ed economica.

Le elezioni di metà mandato americane, ed i loro esiti, non dovranno condizionare in negativo le politiche europee già fortemente provate. Una Unione Europa divisa non riesce a rispondere: unità nella diversità per poter contraddire in via autonoma tanto con la Russia di Vladimir Putin per discutere le condizioni della pace al di là ed oltre irrealistici intendimenti, quanto con l’Iran per consentire la stabilità ed il riequilibrio energetico.

Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro

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