Conflitto in Medioriente: dinamiche geopolitiche di potere o errore di valutazione?
I rapporti Usa-Iran-Israele, e la necessità impellente di una soluzione che possa conciliare la difesa degli interessi economici nazionali con la stabilità internazionale(foto Ansa)
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Stretto di Hormuz: continua il braccio di ferro Stati Uniti-Iran. Sferrato l’attacco congiunto da parte di Stati Uniti e Israele, sia pure paia ancora oscuro il fine specifico dell’operazione, Teheran, spingendosi oltre ogni possibile pressione (e/o previsione) internazionale, ha risposto duramente utilizzando lo stesso stretto come una leva strategica di potere, ponendo in essere veri e propri impedimenti al traffico marittimo. Ed in fondo, con siffatto agire, sembrerebbe in qualche modo aver duplicato, mutatis mutandis, emulandola, la strategia trumpiana della guerra commerciale.
Considerati gli effetti sui costi al consumo, si potrebbe cinicamente esclamare, purtroppo (considerati gli effetti a raggiera determinatisi), parafrasando un antico adagio ed adeguandolo alle esigenze del caso, che chi di economia ferisce, di economia perisce e/o potrebbe perire. Non era certamente un mistero per nessuno che lo Stretto di Hormuz rappresenta da sempre uno dei cosiddetti “colli di bottiglia” energetici più interessanti del pianeta, un autentico epicentro di attriti geopolitici globali. Non era un mistero per nessuno che una potenziale, divenuta drammaticamente reale, crisi interessante lo Stretto, avrebbe colpito, come nei fatti ha colpito, l’economia globale. Come hanno potuto, allora, Stati Uniti e Israele agire “in solitaria”, sottovalutando un aspetto tanto determinante ed esponendo al rischio gli equilibri economici mondiali? Come è stato possibile non considerare, tra l’altro che l'Europa, storico alleato statunitense, sarebbe andata incontro a difficoltà importanti ingenerate dall'aumento dei prezzi del greggio e del carburante? Come ancora è stato possibile non considerare che siffatto agire bellico avrebbe allertato le monarchie del Golfo notoriamente esportatrici di petrolio? Tanto più allorquando si voglia considerare che né gli Stati Uniti, né l’Iran sembrerebbero aver sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, adottata nel 1982 a Montego Bay, le cui disposizioni, comunque, e pur tuttavia, sembrerebbero essere riconosciute (o almeno dovrebbero esserlo) sul piano consuetudinario. E ancor di più allorquando, e di conseguenza, proprio sulla base di quella Convenzione, in forza del suo articolo 56, gli Stati Costieri possano vantare, per così dire, diritti sovrani relativamente alle risorse della loro zona economica esclusiva. Di contro, in forza del suo articolo 58, dovrebbe essere garantita, ma anche sul piano consuetudinario, nell’area in discorso, la libertà di navigazione, soprattutto laddove, in forza dell’articolo 38 della richiamata Convenzione, ma anche sul piano consuetudinario, debba essere garantito il cosiddetto principio del “passaggio di transito”.
Nella situazione venutasi a creare, l’Iran sembrerebbe aver voluto reagire incidendo sulle dinamiche di “influenza” e controllo creando non poco disagio, per così dire, sui rapporti di forza economica e non solo, tra i vari attori internazionali coinvolti. Dicendolo diversamente, sia pure non paia esservene bisogno, la chiusura/blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta una risposta geopolitica ad altissima tensione anche solo per il fatto di rievocare, per intensità e incidenza, il blocco del Canale di Suez nel lontano oramai 1956. Le conseguenze non possono che essere di carattere sistemico se solo si voglia considerare che, Washington, che pure non manca di assumere attraverso Donald Trump una posizione fortemente muscolare, si trova invece, e per contro, in una posizione delicatissima siccome tenuto, per un verso, a garantire la sicurezza di Israele quale suo storico alleato, e allo stesso tempo, e per altro verso, ad aver assunto una iniziativa diretta proprio laddove la strategia e la convenienza propria, avrebbe dovuto suggerirgli la cautela e la terzietà rispetto all’intera operazione.
Mosca, che comunque in alcun modo parrebbe intenzionata ad intervenire, del tutto paradossalmente, sembrerebbe essere l’unica potenza a ricavare un vantaggio economico immediato dalla situazione contingente. Il tempo del multilateralismo sembrerebbe oramai trascorso. Sul piano squisitamente nazionale, la situazione parrebbe offrirsi alla attenzione generale come in continua evoluzione, palesando la necessità impellente di un’alternativa efficace che possa conciliare la difesa degli interessi economici nazionali con la stabilità internazionale, anche e soprattutto attraverso la ricerca di nuove alleanze e di un’autentica unicità in chiave europea.
Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro
